Tenera è la notte, fragile è lo Stato

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E giù, a cascata, si potrebbe proseguire: 

call e concorsi per ruoli varii nella PA, dove il panorama si estende dal solito, ‘grammatico’ test preselettivo ‘a crocette’ – sempre lui –, con buona pace di anni e anni di esperienza e competenza sul versante che occorrerebbe (sì, ma cosa occorrerebbe? Chi lo chiede – lo Stato – il più delle volte non lo sa, e si rifugia in stampe e stampe di domande di diritto amministrativo, anche quando in gioco, sul tavolo, vi son le carte – che so? – di cultura e comunicazione, ad esempio);

la premessa terroristica delle call, dei concorsi di cui sopra, quando le indicazioni sullo svolgimento delle prove altro non si rivelano che reiterate minacce di ricorso alla questura in caso di non osservazione delle regole. Da quando si tenta di sancire un patto, con uno dei due interlocutori che, pregiudizialmente, accusa l’altro di essere un impostore?

E così via.

Evidentemente si è fuori asse; e qui, nel grande panorama del lavoro, si riscontra una fragilità di stato che nemmeno lontanamente lascia intravedere (sembrerebbe nemmeno lasciarla auspicare, addirittura) un’uscita dalla guerra, in questa compiaciuta sedimentazione di vecchi, al fine, cinici e pericolosi, vizi di impostazione. Quel che se ne ricava – al netto di un discorso che meriterebbe un approfondimento ben più articolato e tranchant – è come manchi una ‘seconda fase’, la fuoriuscita, il disegno a seguire: in genere bravi a interpretare e a rispondere alle emergenze, meno a progettare un piano a seguire, uno sviluppo, una possibilità altra, più funzionale, virtuosa e logica. 

E tutto questo cosa comporta? Che dell’elemento fragile, più profondamente fragile, se ne avverte sempre più la presenza in chiave ostativa (pensa tu a quale estremo il paradosso, ma funziona così: è l’impaurito, il portatore insano di fragilità, del resto, che può causar danno, che si impone disturbando). 

Sì, vi è una fragilità pericolosa – e non si dice di una fragilità individuale che assume mille forme e può divenire tossica per sé e per chi ne vorrebbe curare, lenire origine ed effetti –, una fragilità di stato che contravviene alla sua stessa natura; una fragilità che assume i connotati di chi si cela, di chi si nasconde dietro la giurisprudenza, facendo leva sulle tempistiche della legge per giustificare la propria insufficienza, il proprio limite che, se difeso a oltranza, rasenta il dolo.

Ora, prima di proseguire il ragionamento in altra sede e in attesa di disincagliare la testa da perigliose questioni del tipo se sia meglio informatizzare tutti i servizi al cittadino o lasciar tutto così com’è, pena la perdita di migliaia di posti di lavoro allo sportello, la persona che si espresse in termini di antifragilità – or mi sovviene – è Giampiero Lupatelli, economista del territorio, vice presidente di CAIRE Consorzio. L’anno, il 2021. 

Grazie.


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