La fotografia come dispositivo di sorveglianza

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Il Bündner Kunstmuseum di Coira ospita, sino al prossimo 15 novembre, una retrospettiva dedicata a Jules Spinatsch, artista dell’immagine che ha collezionato numerosi riconoscimenti internazionali, ma resta scarsamente attenzionato in Italia.   

Di questo fotografo (ma un qualche modo anche sociologo e filosofo) l’esposizione copre circa 35 anni di produzione, seppure il titolo indichi le date1964–2155: la prima è l’anno di nascita di Spinatsch mentre la seconda lo proietta curiosamente in un futuro lontanissimo.

L’esposizione è complessa: niente a che vedere con una sequenza cronologica di immagini. Comprende stampe di vario formato, video, installazioni, objet trouvé, proiezioni multiple di fotografie e pubblicazioni di ogni genere.

Perché accompagno la definizione del suo lavoro di fotografo con i termini “sociologo” e “filosofo”?

È innanzitutto la sua biografia a suggerirlo. Spinatsch, che è nato a Davos, si forma lontana da scuole d’arte propriamente intese: frequenta corso di elettronica applicata e lavora inizialmente nell’ambito delle apparecchiature hi-fi. Tra il 1991 e il 1993 studia sociologia all’Università di Zurigo. Nel 1993-94 frequenta il programma di Documentary Photography dell’International Center of Photography di New York. Tornato in Svizzera inizia la sua carriera di fotogiornalista che partire dal 2000 abbandona progressivamente per dedicarsi a progetti personali dilunga durata, che si trasformano in serie fotografiche, installazioni, video o approdano alla forma libro

Già nei sui primi lavori emerge una caratteristica destinata a rimanere centrale: Spinatsch non è particolarmente interessato all’immagine spettacolare degli eventi a cui partecipa, piuttosto alle condizioni che li rendono possibili e ancora di più ai dispositivi che ne producono le immagini: in particolare all’azione di sistemi fotografici automatici o derivanti da tecnologie di sorveglianza.

Jules Spinatsch, Davos is a Verb – Promenade 75-77 – Membran @ Jules Spinatsch

Nella mostra allestita a Coira il visitatore si imbatte in una serie di progetti riguardanti eventi politici internazionali come il World Economic Forum di Davos, il vertici G8 di Genova e altri luoghi associati alla politica economica globale; non troverà però ritratti di leader mondiali che si stringono la mano o immagini di scontri tra manifestanti e polizia: si imbatte invece in transenne, recinzioni, container usati come barricate, guardie, telecamere di sicurezza, parcheggi e altri luoghi apparentemente insignificanti.

A Davos nel 2003 Spinatsch riprende la trasformazione della sua città natale dove strade, alberghi, negozi, chiese, bar e spazi pubblici vengono temporaneamente riconfigurati per accogliere l’élite economica e politica internazionale.

Jules Spinatsch, Davos is a Verb – Promenade 38 – Membran @Jules Spinatsch

Il paesaggio urbano per cinque giorni viene così occupato dalla comunicazione aziendale: pareti, vetrine, strade e spazi pubblici diventano luoghi di rappresentazione delle corporation.  

Certo la sua esperienza iniziale di fotogiornalista resta fondamentale, ma a partire da una cultura dell’immagine che pretende di essere documentaria e oggettiva Spinatsch fa un passo di lato.

 A Davos programma un dispositivo che prende il suo posto: tre fotocamere temporizzate situate in punti che hanno trasformato la località turistica una zona ad altissima sicurezza. Ne ottiene un panorama a 180° composto da 2.176 singole immagini scattate automaticamente a intervalli regolari.

A Coira, l’allestimento di questa straordinaria mostra, prevede anche una spirale di oltre due metri di altezza che ricorda un film canister, il minuscolo barattolo cilindricooriginariamente ideato per proteggere le pellicole fotografiche dalla luce.

Percorrendone l’interno il visitatore si imbatte in Vienna MMIX uno dei lavori più celebri del fotografo svizzero, questa volta dedicato al Ballo dell’Opera di Vienna.

Particolare di Vienna MMIX -10007 /7000, Nella spirale, 2009/18 @ Bündner Kunstmuseum Chur

Per realizzarlo Spinatsch nel 2009 utilizza telecamere di rete e sistemi di registrazione automatica che hanno prodotto 17.352 immagini in quasi sette ore di ripresa, per poi riassemblarle in una riproduzione continua costituita da oltre 10.000 scatti.

Il risultato è paradossale: un evento costruito intorno alla massima rappresentazione sociale di sé viene osservato attraverso un dispositivo che non ha sguardo umano.

Alla tradizionale sequenza (fotografo → momento → immagine) Spinatsch ha sostituito la sua alternativa: dispositivo → programmazione → sequenza temporale → migliaia di immagini → montaggio → immagine finale.

Spinatsch non usa la tecnologia semplicemente per ottenere immagini più sofisticate. Fa il contrario: usa la tecnologia per mettere in crisi l’idea stessa di fotografia.

Cosa succede alla fotografia quando la macchina vede più di quanto possa vedere l’occhio umano?

Nella sua sequenza dove si trova l’autore? Nel momento dello scatto? Nella programmazione? Nella scelta del luogo? Nel montaggio? Nella selezione delle immagini? Nel dispositivo?

In fondo è proprio questo il ruolo della filosofia: porre domande ancora prima di avere le risposte a quelle che le hanno precedute.


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