25 Ago L’assessora e la sindaca virtuale generate con l’AI non sono il futuro della politica. Sono il futuro della comunicazione pubblica.
Quando l’intelligenza artificiale entra nelle istituzioni, cambia davvero la politica o cambia soprattutto il modo in cui la politica comunica? La prima assessora virtuale d’Italia non è il futuro della politica. È il primo esperimento che ci costringe a ripensare il modo in cui le istituzioni comunicano con i cittadini.
Negli ultimi giorni il Comune di Acqui Terme, in provincia di Alessandria, è diventato un caso nazionale dopo aver presentato “Eva Statiella”, un’assessora virtuale realizzata con l’intelligenza artificiale.
Eva non partecipa alle riunioni di Giunta, non firma delibere e non prende decisioni amministrative. Il suo compito è diverso. Spiegare ai cittadini le attività del Comune, illustrare servizi e iniziative, rendere più accessibile la comunicazione istituzionale attraverso video e contenuti digitali.
Ma l’esperimento di Acqui Terme non arriva in un territorio inesplorato.
Già nel marzo 2025, a Taranto, era stata presentata Anna Luce D’Amico, una candidata sindaca virtuale creata con il supporto dell’intelligenza artificiale. L’iniziativa, ideata da un gruppo di professionisti della comunicazione tarantini, era dichiaratamente provocatoria e nasceva in vista delle elezioni comunali. Alla candidata virtuale erano stati attribuiti un profilo, un programma e una presenza sui social, con l’obiettivo dichiarato di utilizzare la tecnologia per portare efficienza, trasparenza e dati concreti nel dibattito sulla città. Anna Luce D’Amico non era una candidata reale e la sua candidatura sarebbe rimasta inevitabilmente virtuale. Ma proprio per questo l’esperimento aveva un valore interessante: non mostrava soltanto cosa l’intelligenza artificiale fosse in grado di produrre, ma metteva in scena una possibile trasformazione del linguaggio politico.
A Taranto l’AI entrava nel campo della rappresentazione politica. Ad Acqui Terme entra invece nella comunicazione istituzionale.
Sono due esperimenti diversi, ma appartengono allo stesso processo. La tecnologia comincia a occupare uno spazio sempre più vicino alla relazione tra politica, amministrazione e cittadini.
La notizia ha inevitabilmente diviso l’opinione pubblica. C’è chi ha parlato di innovazione e chi di spettacolarizzazione della politica. Ma forse il punto più interessante non riguarda né l’entusiasmo né lo scetticismo.
Riguarda una domanda più profonda. Che cosa cambia quando un’istituzione sceglie di affidare parte della propria comunicazione a un’intelligenza artificiale? Quella del Comune di Acqui Terme non è la prima amministrazione pubblica a sperimentare l’intelligenza artificiale. Probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. Ma il punto interessante non è che un Comune abbia presentato un’assessora virtuale, o un candidato sindaco.
Ogni volta che una nuova tecnologia entra nelle istituzioni ci chiediamo cosa potrà fare. Molto più raramente ci chiediamo cosa cambierà nel rapporto tra cittadini e politica.
Sportelli virtuali, chatbot, assistenti digitali, sistemi capaci di rispondere ai cittadini ventiquattro ore su ventiquattro, piattaforme in grado di sintetizzare documenti e supportare il lavoro degli uffici. Parallelamente, anche le istituzioni italiane stanno definendo linee guida dedicate allo sviluppo e all’acquisto di sistemi di AI nella Pubblica Amministrazione, riconoscendo che la questione riguarda ormai il funzionamento stesso delle amministrazioni.
L’intelligenza artificiale, però, non rappresenta soltanto uno strumento tecnologico. Costringe a ripensare il modo in cui le istituzioni dialogano con le persone.
La politica non è soltanto decisione
Quando si parla di politica si pensa quasi sempre alle decisioni. Leggi, bilanci, programmi, delibere. Eppure una parte enorme del lavoro pubblico consiste in qualcosa di molto meno visibile.
Spiegare, tradurre norme complesse, rispondere ai cittadini, rendere comprensibili procedure spesso difficili. La comunicazione istituzionale non è un elemento accessorio dell’amministrazione. È parte della qualità democratica di un’istituzione.
Un cittadino che comprende una decisione, anche quando non la condivide, partecipa in modo diverso rispetto a chi riceve soltanto informazioni frammentarie.
L’AI potrebbe ridurre una distanza
Per troppo tempo abbiamo immaginato l’intelligenza artificiale come uno strumento destinato soprattutto ad automatizzare il lavoro.
Nella Pubblica Amministrazione potrebbe assumere un ruolo differente. Non tanto sostituire le persone, quanto aumentare l’accessibilità delle istituzioni.
Un assistente virtuale può essere disponibile in qualsiasi momento. Può spiegare un regolamento. Può accompagnare un cittadino nella compilazione di una pratica. Può ridurre tempi di attesa e carico amministrativo.
Tutto questo rappresenta un’opportunità concreta. Ma soltanto fino a un certo punto.
L’informazione non è ancora partecipazione
Esiste infatti una differenza fondamentale. Informare non significa necessariamente coinvolgere.
Una risposta perfetta generata da un algoritmo non equivale automaticamente a un rapporto di fiducia. La fiducia nasce da elementi che difficilmente possono essere automatizzati.
La responsabilità. La trasparenza. L’ascolto.
La possibilità di riconoscere chi prende una decisione e perché. L’intelligenza artificiale può spiegare una scelta amministrativa. Non può sostituire la responsabilità politica di quella scelta.
La comunicazione pubblica cambia significato
Per molti anni la comunicazione istituzionale è stata interpretata come diffusione di notizie.
Oggi sembra trasformarsi sempre più in un servizio. L’intelligenza artificiale accelera questa evoluzione. Non comunica soltanto. Accompagna, suggerisce, personalizza, interagisce.
La domanda, allora, non riguarda soltanto le competenze tecnologiche delle amministrazioni.
Riguarda il modello di relazione che desideriamo costruire tra istituzioni e cittadini.
La vera competenza è e deve restare umana
Esiste un rischio che riguarda qualsiasi innovazione. Concentrarsi sullo strumento, molto meno sul suo utilizzo.
Un assistente virtuale può migliorare la qualità dei servizi. Può anche produrre maggiore distanza se diventa un filtro permanente tra cittadini e amministrazione.
La differenza non dipende dall’algoritmo. Dipende dal progetto politico e organizzativo che lo utilizza.
Ogni volta che compare una nuova applicazione dell’intelligenza artificiale torniamo alla stessa domanda. Può sostituire le persone? Forse, nel caso delle istituzioni, la questione è diversa.
L’AI non cambia soltanto il modo in cui lavorano gli uffici. Ridefinisce il linguaggio con cui il potere pubblico entra in relazione con la società.
Ed è proprio lì che si giocherà una parte importante della qualità della democrazia digitale dei prossimi anni. Perché la tecnologia potrà rendere più semplice comunicare.
Ma la responsabilità di costruire fiducia continuerà ad appartenere, inevitabilmente, alle persone.