15 Mag Mujica, sobrietà e pratica politica
Molta commozione e molta retorica, leggo in queste ore, su Pepe Mujica, scomparso il 13 maggio, sette giorni prima di compiere novant’anni. Se n’è andato un uomo davvero straordinario, che molti di noi hanno sentito in questi tempi complessi, come un fratello di Francesco, Papa Bergoglio.
Ma José Alberto Mujica Cordano – Pepe Mujica, il cui secondo cognome ricorda le sue origini liguri, non merita la retorica sul “Presidente guerrigliero”. Sì, Mujica, che veniva da una famiglia ricca di proprietari terrieri – proprio come Giacomo Matteotti -, poi rovinata da una bancarotta, era prima di tutto un uomo della terra, un agricoltore, legato alla vita del vivente umano e non umano (per usare la meravigliosa espressione coniata da Pietro Ingrao). Si era avvicinato alla politica nei partiti tradizionali che dominavano la scena uruguayana – il Partito Nazionale, conservatore e democristiano – portandovi dentro, insieme ad altri, la conoscenza delle reali condizioni di vita del popolo, soprattutto nelle campagne. Lì matura una scelta popolare e socialista, la partecipazione a un fronte di sinistra, e poi la scelta di aderire al Movimiento de Liberacion Nacional- Tupamaros, fatta di vertenze e lotte per difendere braccianti e lavoratori; e poi quella, a fronte della stretta autoritaria delle élites che dominavano l’Uruguay, e che lo stavano trasformando nel paese dove si lavava il denaro sporco di tutta l’America Latina, di compiere azioni di guerriglia e di lotta armata. Il fascino di Cuba, e del guevarismo, era in quegli anni fortissimo sulle giovani generazioni. Mujica è stato arrestato più volte e l’ultima, dopo il colpo di stato che, come negli altri paesi del cono sud del continente aveva creato un regime di terrore e di eliminazione di un’intera generazione di giovani, lo ha visto rinchiuso in una cella sotterranea – un pozzo – di un carcere militare per dodici anni, torturato, con problemi di salute crescenti. Mujica come Antonio Gramsci, Mujica come Nelson Mandela.
Ma Mujica da quell’esperienza è uscito, tornata la democrazia, scegliendo la via parlamentare, e non aderendo mai a visioni ideologiche del socialismo che hanno consumato tanta parte della sinistra latinoamericana, e che hanno trasformato un paese come il Venezuela in un regime autoritario e illiberale. “Il problema è quando metti – ha detto in un’intervista- l’ideologia al di sopra della realtà. La realtà ti arriva come un pugno e ti fa rotolare per terra… Io devo lottare per migliorare la vita delle persone nella realtà concreta di oggi e non farlo è immorale”. Sono le parole di un rivoluzionario democratico e gentile, né accomodante nei confronti del potere e del suo corso liberista (il “Dio mercato”, di cui ha parlato) né schiavo di schemi ideologici e irrealizzabili. E’ arrivato a vincere le elezioni presidenziali, dopo un lungo cammino. Durante la sua Presidenza, tra il 2010 e il 2015, la quota della spesa sociale sul totale della spesa pubblica è passata dal 60,9% al 75,5%, il tasso di disoccupazione è diminuito dal 13 al 7%, il tasso di povertà nazionale dal 40 all’11% e il salario minimo è stato aumentato del 250%. L’Uruguay – da paese del riciclaggio dei proventi del narcotraffico – è diventato il paese più avanzato nelle Americhe in termini di rispetto dei diritti fondamentali del lavoro, in particolare la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva e il diritto di sciopero, come ha riconosciuto la Confederazione Sindacale Internazionale. Negli stessi anni sono stati riconosciuti il matrimonio omosessuale, il diritto all’interruzione di gravidanza, la legalizzazione della marijuana.
E allora, fuori da ogni retorica, questo grande del nostro tempo ci ha lasciato due lezioni – veri e propri manifesti – attualissimi.
La prima lezione è la sobrietà. Non l’austerità imposta dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, piuttosto quella di cui parlava tanti anni fa Enrico Berlinguer. Dice Mujica: “quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per sé stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi”. La sua critica al capitalismo tocca il cuore del sistema consumistico, e propone all’uomo un’altra idea di libertà. In questa idea c’è il rispetto per il mondo animale, per la natura, la consapevolezza che siamo tutti parte della grande vita sul pianeta. “Lo sviluppo – dice Mujica – deve essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane”.
La seconda lezione è che Mujica viveva come parlava. Chi ha il potere deve sentirsi piccolo – lo ha detto poco dopo la sua elezione Papa Leone XIV -, dimostrare coerenza fra ciò che si sostiene e il proprio comportamento. La pratica politica – ci ricordava Aldo Tortorella – viene prima di ogni altra cosa,altrimenti non sei credibile, sei come gli altri. Vivere la politica come servizio, incarnare con umiltà ciò che si proclama, unire pensiero, parola e azione, come ha scritto in queste ore Diego Battistessa.
Il Presidente più povero del mondo (manteneva per la sua vita ottocento euro della retribuzione istituzionale), filosofo ed ex-guerriero, ha trovato il giorno del suo riposo. Ora spetta a noi, a partire dai più giovani, raccoglierne l’eredità.