04 Ago Odisseo 2
L’Odissea è la storia di un doppio viaggio, di un giovane, Telemaco, che ha necessità di allontanarsi dalla sua isola e confrontarsi con l’esterno e di un vecchio ,Odisseo , stanco di averne viste tante. E vuole tornare a casa.
Il viaggio parallelo di Telemaco alla ricerca di notizie su padre è un rito di passaggio. E’ una ricerca e prova della propria fuoruscita dalla minore età e, non a caso, egli è accompagnato da Minerva sotto le sembianze di Mentore.
La necessità del ritorno a casa, della conclusione della peregrinazione, è il leit motiv del poema. Non la sua rimozione, tanto che il richiamo al bisogno del ritorno è affidata e decretata da un’assemblea (libro quinto) nella quale Atena si rivolge a Zeus, richiamandolo all’obbligo di non dimenticare “Odisseo divino/fra il popolo di cui fu signore, e come un padre era buono”.
Odisseo giace, soffrendo dure pene “/nella dimora della ninfa Calypso, che a forza /lo tiene”. Non ha perso la memoria Odisseo, non necessita di psicanalisi per ricordare chi sia e dove debba e voglia andare . Egli soffre, dice Atena, perché non può tornare alla casa paterna, non avendo più né navi né compagni “che lo trasportino sul dorso ampio del mare. E’ convincente Atena, poiché ha rivelato una semplice verità, e il distratto Zeus subito si fa convinto ed ordina a Ermete di recarsi da Calypso (che avrebbe ben potuto,lei, essere di colore, in luogo di Elena o di Clitennestra) per convincerla a lasciare andare Odisseo:“così è destino per lui che riveda agli amici e che torni /all’alto palazzo e alla terra dei padri. Ermete dunque si reca nell’isola di Calypso dove Odisseo se ne stava sul promontorio “seduto, là dove sempre, con lacrime, gemiti e pene straziandosi il cuore, / e al mare ma è stanco guardava, lasciando scorrere lacrime.
Non è più solo la volontà degli dei, è la volontà dell’uomo Odisseo con la sua sofferenza a convincere gli dei. Perché mai si attribuisce, invece, a Odisseo una scarsa volontà del ritorno? Non gli piaceva la ninfa, anche se “certo la notte dormiva sempre per forza, / nella cupa sperlonca, nolente, vicino a lei che voleva. Ma il giorno, seduto sopra le rocce, l’eroe si consuma in lacrime e gemiti, mentre Calypso gli rinfaccia che lei è molto più bella di Penelope e per di più è immortale; una immortalità promessa anche a lui in cambio del suo restare. Ma Odisseo le risponde:“so anch’io molto bene che al tuo confronto la savia Penelope per aspetto di grandezza non vale niente a vederla: è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza”. Ed è proprio per questo che egli desidera ogni giorno di tornarsene a casa. (Del resto uno degli ultimi re occidentali, Carlo d’Inghilterra, preferiva alla bellissima Diana la meno bella, ma amata, Camilla).

Fondante della cultura occidentale è il rifiuto dell’immortalità, una scelta consapevole che l’umanità è pregevole anche perché fragile e mortale.
L’eroe di Troia , l’uomo simulatore e dissimulatore, l’ingannatore, piange. Di una grande quantità di lacrime sono pieni i due poemi omerici: di fronte all’esercito riunito Agamennone piange “come una sorgente di nera acqua, che da una rupe scoscesa versa l’oscuro corrente”; Odisseo vaga nell’Ade piangendo. In definitiva quello che più ricorre nell’Odissea è il pianto degli eroi, specialmente quelli che riscuotono più simpatia, come Achille. Il primo passo verso l’eroicità sono le lacrime, imprescindibili lavacri interiori, con cui riempire intere valli.
Grazie a queste lacrime la forza del desiderio di Odisseo si fa volontà divina.
Calypso, dice Ermete, Zeus ti comanda di far partire al più presto Odisseo. E Calypso, obbedisce all’ordine, dichiarandosi disponibile a fornire all’uomo i materiali per costruire una zattera; e soprattutto consigli. Evidentemente molto più utili di una seduta psicanalitica e della somministrazione dei fiori di loto con i quali la divina creatura avrebbe intontito Odisseo, il quale i fiori di loto non li mangerà mai, contrariamente ai suoi compagni all’uscita dalle acque troiane.
Ma il mortale Odisseo non si fida della Dea, immortale, crede più alle vendette divine che non ai loro aiuti. Egli, l’ingannatore, teme sia un inganno, la sua fiducia negli dei è relativa. Non è la prima volta del resto che si tenta di ingannarlo. Pretende, quindi, dalla ninfa un giuramento: contro di lui nessun nuovo male ella prepari. Altrimenti non sale sulla zattera. Alla richiesta, Calypso ha una reazione umana, risponde:“A brigante che sei, e non sciocco davvero;/senti un po’ che discorso è pensato. Gli fornì quindi i materiali per la costruzione di una zattera sulla quale avventurarsi nel vasto mare. Per diciassette giorni navigò, Odisseo, traversando l’abisso; al diciottesimo apparvero i monti ombrosi della terra. Ma gli dei gli fanno un ultimo scherzetto: Euro e Noto piombano sulla zattera insieme a Zeffiro e la fanno capovolgere portandola qua e là. Per due giorni Odisseo se ne sta fra le onde gonfie e spesso il suo cuore si vede davanti alla morte, ha paura di perire scagliato contro una roccia, e poi finalmente vede la foce di un fiume e vinto dalla fatica si addormenta sulla spiaggia. E’ arrivato all’isola dei Feaci guidata dal re Alcinoo , seduta accanto al quale splende in saggezza sua moglie Arethe, la vera regina, quella cui per prima rivolgere la parola. Essi hanno una figlia, Nausicaa, alla quale in sonno la dea Atena ordina di andare, con le sue ancelle, a lavare i panni al fiume.
“ E quando giunsero alla corrente del fiume, bellissima,/ dov’erano i lavatoi perenni, molta acqua /bella sgorgava, da lavare anche vesti assai sporche”. Le ragazze nel momento stesso in cui pensavano di tornarsene a casa, scorgono Odisseo tra i cespugli, coperto di fronde.
Odisseo vede Nausicaa: la giovinezza, l’immediatezza.
“ Io mi inchino signora: sei dea o sei mortale”? Se tu sei dea, di quelli che il cielo vasto possiedono, /Artemide certo la figlia del massimo Zeus,/ per bellezza grandezza e figura mi sembri /. Ma se tu sei mortale, di quelli che vivono in terra, / tre volte beati fratelli: perché sempre il cuore / si intenerisce loro di gioia, in grazia di te,/ quando contemplano un tal boccio muovere a danza”. Chiaramente Odisseo preferisce che sia una donna mortale. Tu m’hai salvato, fanciulla, la tua innocenza mi ha salvato.
E’ l’incontro della speranza, peraltro ben riposta, perché Nausicaa condurrà lo straniero alla reggia del padre, il quale lo accoglie con grande onore e dignità. E’ la legge del mare che lo impone. Lo imporrebbe anche oggi. È il più vecchio tra gli eroi feaci, Echeneo, a sollecitare: “Alcinoo, ecco una cosa non bella, non ti si addice che l’ospite in terra sieda, sul focolare, in mezzo alla cenere; e gli altri stanno immobili la tua parola aspettando. Su, l’ospite su un trono a borchie d’argento fa sedere, rialzandolo, e comanda agli araldi di mescolare vino, … E cena la dispensiera dia all’ospite, quello che c’è”.
Nel libro settimo si contempla, l’entrata di Odisseo nella sala di Alcinoo.
Così si presenta Odisseo: “ Alcinoo, io non somiglia agli immortali che il vasto cielo possiedono, non per statura, non per figura, ma ai comuni mortali. A quanti voi conosciate fra gli uomini, che il colmo dei mali trascinano, a questi per le mie pene potrei avvicinarmi e io forse più mali ancora potrei raccontar tant’è la somma dei mali che per volere dei numi ho patito.… Voi dunque all’apparire dell’alba affrettatevi e il meschino che io sono, riportate alla patria, dopo tanto patire; poi mi lasci la vita, appena visti i miei beni, e i servi, e l’eccelso palazzo. Alcinoo non si fa pregare – questo il livello di civiltà – e risponde “ Nessuno davvero che arrivi alla mia casa, resta qui a lungo a gemere, chiedendo accompagno. Lo fornisce quindi di una nave,del cibo, lo fa partecipare ai giochi, e lo invita a raccontare davanti a tutto il suo popolo. Odisseo inizia con un inno a Itaca,l’isola aspra, ma buona nutrice di giovani:“e io nulla più dolce di quella terra potrò mai vedere… Niente più dolce della patria e dei padri, anche se uno, lontano, in una casa ricchissima vive, ma in terra straniera, lontana dai padri.
Odisseo racconta della prima città incontrata, dopo Troia: è la terra dei mangiatori di loto i quali ne danno abbondantemente ai suoi compagni: “ ma chi di loro mangiò del loto il dolcissimo frutto, non voleva portar notizie indietro e tornare”, ma voleva restare e levarsi dal cuore il ritorno. Egli, invece, non vuole dimenticare e scordare. Allora Odisseo li trascinò sulla nave, piangenti, e legati li portò via.
Da lì arrivano, poi, alla terra dei Ciclopi, i quali non hanno assemblee di consiglio, non leggi “ma degli eccelsi monti vivono sopra le cime in grotte profonde”, non si curano dei figli né degli altri. Ingiusti e violenti, non piantano, non normano, non arano e tutto nasce: grano, orzo, ma non il vino . La magnifica Sicilia.
Polifemo crede che Odisseo e i suoi siano dei ladroni: “ forse per qualche commercio o andate così, senza meta sul mare, come i predoni, giocando la vita, danno agli altri portando”. E a lui, egli racconta di essere tra gli eroi di Troia, insieme ad Agamennone e company. Insomma Odisseo parla proprio con tutti, eccetto che nell’Odissea di Nolan. E questo perché il pensare, per gli antichi greci, si definisce come un parlare, la cui sede è talvolta individuata nel cuore, ma più spesso nei precordi o nel diaframma. .” Tale concezione del pensiero come parola contribuì al di successivo uso di logos come equivalente sia di ratio che di oratio”. (R.B. Onians “le origini del pensiero europeo, Adelphi, 2011, p.35)
In Omero il termine phronein, significa pensare, avere senno, giudicare e sentire, ha un significato ampio, abbraccia l’attività fisica e quella “psichica indifferenziata”, ha implicazioni emozionali. Quindi cognizione e pensiero sono connessi con sensazione e tendenza all’azione.
L’eroe dice al Ciclope di avergli portato il vino da bere per meglio fargli gustare la carne umana, appena divorata, anche se -confessa – “io il vino l’avevo portato come offerta in cambio del fatto che tu mi lasciassi partire: “ invece tu fai crudeltà intollerabili, pazzo! Come in futuro potrà avvenire qualche altro a trovarti? Tu non agisci secondo giustizia. Insomma il Ciclope vive, nel turbine rappresentato dai secoli IX e VIII a. C. una diversa fase dello sviluppo della civiltà.
Polifemo supplica ancora un po’ di vino , sii buono, e anche di conoscere il nome dell’ospite per fargli un dono. Naturalmente non si sarebbe mai sognato Odisseo, di dirglielo il proprio nome, e quindi scandisce:” nessuno mi chiamano madre e tutti quanti compagni. Nessuno, la radice del suo nome odisseo, cioè uno dei tanti, uno qualunque, uno nessuno centomila.
Al che il Ciclope risponde con cuore spietato: “ nessuno. io ti mangerò per ultimo, dopo i compagni gli altri prima; questo sarà il dono ospitale.” Odisseo e i suoi accecano il gigante e quello chiama gridando i Ciclopi che accorrono in folla di qua di là, e stando intorno alla grotta chiedevano che cosa volesse: “ perché Polifemo con tanto strazio hai gridato nella notte ambrosia, e ci hai fatto svegliare…” E loro dall’antro rispose Polifemo gagliardo: “nessuno amici, m’uccide”. Poteva ucciderlo solo l’avanzare della civiltà.
Ma poi Odisseo è attraversato da un lampo di stupidaggine, per hubrys – eccesso di sicurezza, tracotanza, in seguito punita – e dice il suo vero nome. E il dio del mare , padre del Ciclope, seppe ( ma forse lo avrebbe saputo egualmente) chi doveva perseguitare.
Arriva quindi sulle coste laziali – dove forse è già arrivato, o di lì a poco arriverà, anche Enea – dalla maga Circe. Ed Ermete, sotto mentite spoglie, lo istruisce sulle magie della donna e gli fornisce un’erba benefica che le impedirà di farlo diventare un maiale. Circe lo trattiene per un anno, doveva essere quindi bellissima ( si ricorda a riguardo una splendida Silvana Mangano) . L’incantamento di Circe non può essere solo il frutto di una intrugliona montanara, dedita alla raccolta di erbe, come ci mostra Nolan, ma qualcosa di molto più raffinato. Nella sua crescita di persona umana, Odisseo deve saper gustare e rifiutare l’incantamento, l’ondata di emozioni, di sentimenti, di brividi di piacere che corroborano la ragione alla quale bisogna, con sollecitudine, sapersi ricondurre. Dubitando di quest’ultimo passaggio egli si farà legare all’albero della nave per poter ascoltare, senza esserne vittima, il canto delle sirene.
Dopo un anno di permanenza dalla maga, Odisseo si sveglia, ma potrà andar via da Circe solo dopo la sua discesa bell’Ade per consultare Tiresia e parlare con i morti. All’incantamento occorre far seguire un rito di purificazione, e questo è scendere nell’Ade, confrontarsi con i morti
la Canto 11º l’evocazione dei morti
-Odisseo ne incontra molti ( Agamennone, Aiace, ecc.) ma i più significativi ( e ignorati) sono “ l’anima della madre mia, morta”, la quale l’avverte che il ritorno di miele sarà faticoso, ma lo rassicura che la moglie è rimasta di cuore costante nella casa e si consuma di pianto, mentre Telemaco cresce bene e pensa di amministrare la giustizia, e poi c’è il vecchio padre che sta in campagna e non scende in città, non ha letto, nè mantelli né coperte. Afflitto Odisseo tende le mani per abbracciare la madre, ma l’ombra svanisce. L’invito, adsta mane, rivolto all’ombra della madre, è rimasto nella letteratura, nel teatro latino, per secoli. Ma non ha resistito a Hollyvood, come l’altra anima che segue. Sopraggiunge infatti corrucciato il Pelide Achille :” come osaste scendere all’Ade dove fantasmi privi di mente divora parvenze di uomini morti”. Odisseo, tra l’altro, risponde: “….d’esser morto non t’affliggere Achille” io dicevo così, e subito rispondendo mi disse: “ non lodarmi la morte Odisseo splendido vorrei esser bifolco servire un padrone, un diseredato, che non avesse ricchezza piuttosto che dominare se tutte le ombre consunte…. “
La stampa italiana ha osannato il film, di notevole portata tecnica, abbacinata dalla maestria registica. Ne la lettura del Corriere della sera, 19 luglio 2026, Nicola Gardini e Silvia Romani, sul Viaggio di Odisseo cinematografico – che molto pubblico e stampa ha richiamato, per un bisogno di miti e di emozioni- convengono che il film pesca poco dal testo di Omero, ma è interessante capire in che direzione vadano le trasformazioni e i cambiamenti. Eppure non si è lontani dai tradimenti e da semplificazioni che ne deviano la lettura e ne sminuiscono la ricchezza. Non mette conto, invece, la distinzione, che pure viene fatta (cfr. Mattioli su la Stampa) fra chi ne ama una lettura woke, e sarebbe di sinistra, e chi la critica, e sarebbe di destra.

Purtroppo in questa trappola cade anche Joyce Carol Oates (la Stampa 31 luglio ‘26 p. 25), che ha accusato di parlare un linguaggio tipico dell’universo Maga, Emily Wilson, docente all’università della Pensylvania ( La Stampa 29 luglio ‘26 , p. 25) la quale ritiene il prodotto cinematografico privo di molti elementi ( alcuni dei quali sono sopra richiamati nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti) che lo rendono “un artificio fine a se stesso. L’autorevole scrittrice si lancia in una definizione del senso di una traduzione, non più da considerarsi bella fedele o bella infedele, ma riscrittura, senza limiti (l’accetterebbe per i suoi libri?). Più delle dotte diatribe interessa, tuttavia la posizione ( la Stampa 31 luglio ’26, p.23) espressa da Giulia ‘Jude’ Lenzi che si chiede se sia vero che il canone occidentale continua a parlarci mentre potrebbe essere “esattamente il contrario” e Nolan ha tutto il diritto di tradire il poema. Tuttavia, annota “Non è necessariamente Nolan a rendere Omero contemporaneo. Potrebbe essere Omero a essere talmente grande da riuscire a contenere persino Nolan”.
Generale è la condivisione che la filosofia e la scienza dei Greci sono alla base del pensiero europeo, occidentale, moderno. “Per secoli si estende il tronco del pensiero di un popolo, il sistema di credenze mediante il quale esso rese intelligibile a se stesso per molte generazioni la vita dell’uomo e il mondo in cui l’uomo vive; una fede attiva con lievi quanto indubbie differenze da una zona all’altra, in graduale crescita insieme al pensiero di singoli individui ” (R.B. Onians “le origini del pensiero europeo, Adelphi, 2011, p.23).
La trasmissione e l’arte della memoria di tutto questo sapere formano il Canone, termine con il quale in origine erano designati i “libri usati nelle nostre istituzioni scolastiche e nonostante la recente politica del multiculturalismo, resta la vera domanda del canone: in un momento storico così tardo, che cosa deve provare a leggere l’individuo che ancora ha voglia di leggere? (H. Bloom “Il canone occidentale Bur,1994) Questa trasmissione è anche conflitto tra il genio passato e l’aspirazione del presente, e, secondo Bloom la formulazione del canone non è un processo arbitrario e non è per più di una o due generazioni socialmente determinate. Il canone è pertanto uno strumento di valutazione della vitalità di un testo, una misura che cerca di mappare l’incommensurabile. Naturalmente il dibattito è in corso. Ma bisogna tenere ben presente che la “ difesa del canone occidentale non è affatto la difesa dell’Occidente. Tuttavia è innegabile che stiamo attraversando un passaggio chiave, ossia ” quello che ribalta il vettore tradizionale della storiografia; non tanto e non più il presente guidato dal passato, ma attraverso il travisamento il passato modificato dal presente”.
La lettura di Nolan del poema omerico si inserisce in questo vortice rispondendo al canone americano, dove non c’è Ulisse e i suoi daimon, ma Moby Dick. E tuttavia questa lettura impoverisce i significati del poema omerico, senza aggiungerne o sostituirli con altri ( la psicanalisi?) . Ed è il plauso, di giovani e meno giovani, intorno a una operazione del genere che impensierisce.
(1)non nuova assemblea degli dei che si ritiene un’aggiunta dovuta una mano secondaria a chi ha unito la telemachia alle avventure di Odisseo