08 Ott The Dead Dance: l’incontro di Tim Burton e Lady Gaga nell’estetica perturbante
Quello tra Tim Burton e Lady Gaga è un connubio artistico annunciato da tempo, in buona misura persino prevedibile a partire dallo stile dei due artisti, dalla loro attitudine e dalla loro predilezione per tutto ciò che è ambiguo, inquietante, weird.
L’occasione è scaturita dal coinvolgimento di Lady Gaga nella seconda stagione della serie Netflix Mercoledì, prodotta dallo stesso Tim Burton e tutta incentrata sulla coniugazione di teen drama e atmosfere dark e neogothic.
Per comprendere questa nuova fase della parabola artistico-performativa di Lady Gaga dovremmo sorvolare su almeno un paio di perplessità di ordine “produttivo”: la prima, il paradosso di vedere uscire un singolo e relativo videoclip, The Dead Dance, assente nella tracklist del recente album pubblicato da Lady Gaga Mayhem e inserito nella riedizione digitale dello stesso – ovviamente questo mette ancora una volta in questione il senso di pubblicare dei dischi, dal momento che il disco sta diventando sempre più un fenomeno inadeguato alle modalità di realizzazione e produzione musicale contemporanee.
La seconda perplessità di produzione si riferisce allo stesso Tim Burton, divenuto sempre più negli ultimi anni un brand che promuove sé stesso prima ancora che un autore intento a proporre soluzioni visive originali o stimolanti. L’idea è sempre più che, negli ultimi anni, il “by Tim Burton” è più una strategia di marketing che una dichiarazione dell’effettivo coinvolgimento del regista americano. Questo è il caso dello stesso videoclip di The Dead Dance: viene il sospetto che sia assai improbabile che dietro la macchina da presa ci fosse realmente il maestro americano.
Detto questo, c’è da sottolineare come l’immaginario burtiano non sia per nulla estraneo alla cantante, anzi probabilmente il rischio è quello di cedere a un qualche livello di didascalismo, dal momento che il video esplicita in maniera fin troppo palese alcuni elementi simbolici che nella sua parabola artistica Lady Gaga aveva sempre strategicamente gestito.
L’attrazione per il mondo dell’horror, per il mistero, per l’estetica crepuscolare e per il mostruoso alimenta la storia della popular music da sempre, e ancora più nello specifico caratterizza la storia della music video: pensiamo a quei fenomeni pioneristici come i jazz movies degli anni ’30, film di animazione realizzati dai fratelli Fleischer per artisti come Cab Calloway con Betty Boop come protagonista (Minnie the Moocher). Si tratta di prodotti che hanno fatto esordire la tecnica del rotoscopio (anche prima che lo adottasse Walt Disney) e che giocavano già con la pulsione di morte dello spettatore sedotto da ciò che contemporaneamente lo repelleva o lo angustiava. Si tratta di prodotti da cui lo stesso Burton è partito per definire e creare il suo mondo e che hanno coinvolto decine di artisti pop e rock (da Screaming Lord Sutch ad Alice Cooper). Sedurre il pubblico incutendo terrore è la strategia seduttiva che Michael Jackson e John Landis adottano per Thriller e che poi ritroviamo nell’immaginario di Floria Sigismondi fino a Billie Eilish e Allie X.
Questo processo attraversa e si amplifica grazie all’immaginario di Lady Gaga: si tratta di quel fenomeno estetico conosciuto come Uncanny Valley, una formula contemporanea del perturbante freudiano, dove alcuni elementi che rimandano all’umano risultano particolarmente disturbanti perché paradossalmente mettono in evidenza la distanza dall’umano stesso. Lady Gaga ha costruito la sua proposta e la sua strategia di seduzione proprio su questo fenomeno, non già sulla dimensione dell’eros bensì su quella del thanatos. Quando Freud doveva spiegare cosa intendesse per Unheimlich, ovvero perturbante, l’esempio era quello del “doppio”, del cadavere, della marionetta, ma soprattutto era la bambola a rappresentare il modello ideale del perturbante: qualcosa che conosciamo bene, con cui siamo cresciuti, creato per finalità opposte e proprio per questo capace di sprigionare un senso di disorientamento incredibile.
Il video di The Dead Dance è pieno di bambole antiche, ma anche di maschere e di corpi che si muovono “a scatti” creando un senso di fastidio particolare – nulla che non si fosse già visto, in tempi recenti diverse maison di alta moda hanno giocato infatti su queste tipologie di elementi per le loro sfilate e collezioni, da Margiela a Balenciaga. La stessa Gaga, sotto la direzione artistica di Hedi Slimane ai tempi di The Fame Monster, aveva di fatto intrapreso la strada dell’estetica post-human proprio per generare questo cortocircuito in seno al mondo del pop.Rispetto alla brillantezza e alla lucentezza dell’immaginario di Taylor Swift, Lady Gaga sembra insistere sul buio, sul nero, sull’oscurità e sul dark: con allusioni agli anni Trenta e al burlesque, le ultime proposte visuali della star sono coerenti col suo percorso e segnano un ritorno circolare alle origini rispetto allo stile post-human da “anime giapponese” di Chromatica (più colorato e luminoso, ma non per questo meno inquietante). Probabilmente, questo sodalizio da una parte è il compimento di un percorso creativo che aveva l’obbligo di sfociare in tale direzione, dall’altro però è come se fosse l’esautoramento della spinta propulsiva e rivoluzionaria della pop star che era stata capace, nelle prime decadi del nuovo millennio, di far irrompere questi elementi nel mondo del pop – per definizione, precedentemente, sempre lontano da contaminazioni estetiche di questo tipo, ovvero lontano da ciò che è weird, strano, asimmetrico, disturbante. Per quanto la componente creativa ed artistica resti suggestiva e profondamente sofisticata, forse è proprio l’indole rivoluzionaria a essersi assopita: l’art direction dell’album Mayhem è una chiara allusione alla storica band black metal norvegese che fu protagonista, tra gli anni ’80 e i primi anni ‘90, di terribili fatti di cronaca, eventi raccontati dal regista Jonas Åkerlund (amico e prezioso collaboratore di Lady Gaga) nel film Lords of Chaos. La cantante assorbe e porta nel cuore del pop ciò che fino a poco tempo fa era definito come l’Altro per definizione, l’oltraggio assoluto, la trasgressione blasfema, in un’operazione di acquisizione e normalizzazione estetica che da un lato esprime il superamento definitivo degli spaccati culturali e creativi, ma dall’altro ci fa piombare nell’immaginario indistinto della notte popolata da vacche tutte nere.