08 Mag LAMBERTO PIGNOTTI. LA POESIA CHE SMONTA IL MONDO DELLE IMMAGINI
Ai suoi cento anni
Lamberto Pignotti non è soltanto uno dei nomi maggiori della poesia visiva italiana: è una figura che ha modificato in profondità l’idea stessa di poesia nel secondo Novecento. Nato a Firenze nel 1926, figlio di un pittore, formatosi dunque sin dall’inizio in una zona di confine tra occhio e parola, Pignotti non ha mai accettato che il testo poetico restasse chiuso entro il perimetro rassicurante della pagina o entro la liturgia della letteratura per letterati. Fin dai primi anni, e già nelle prove giovanili degli anni Quaranta e Cinquanta, l’assimilazione delle avanguardie storiche non si traduce in un semplice omaggio a Dada, al surrealismo o al futurismo, ma in una spinta operativa: la poesia deve misurarsi con i linguaggi effettivamente in circolazione nel proprio tempo. Da qui la sua precoce attenzione, accanto alla scrittura lineare, per le sperimentazioni verbo-visive; da qui anche la continuità, mai interrotta, tra il poeta, il teorico, il polemista, l’organizzatore culturale, il performer.
La prima specificità di Pignotti sta proprio qui: egli non si limita ad “aggiungere immagini” alla poesia. Sarebbe una riduzione banale. Il suo gesto è più radicale. Capisce assai presto che la modernità non parla più soltanto con il lessico nobile della tradizione letteraria, ma attraverso giornali, fumetti, slogan, réclame, rotocalchi, fotografia di moda, televisione, segnaletica, confezioni, merci. Per questo la sua idea di poesia tecnologica, messa a fuoco all’inizio degli anni Sessanta, non coincide con un entusiasmo per la tecnica, ma con una decisione critica: assumere la lingua di oggi, la lingua di tutti, i materiali extraletterari della comunicazione di massa, e spostarli di luogo e di funzione, affinché rivelino la loro ideologia nascosta. La poesia, in lui, non si fa ancella della modernizzazione: si fa dispositivo di smontaggio del moderno.
In questo senso Pignotti è davvero il capofila teorico e pratico del Gruppo 70, fondato a Firenze nel 1963 con Eugenio Miccini, Giuseppe Chiari e altri, e della nascita della poesia visiva. Il punto decisivo non è solo la contaminazione dei codici, ma la ricerca di quel “moderno volgare” che i poeti visivi oppongono tanto all’accademia letteraria quanto all’estetismo d’élite: un linguaggio capace di avvicinare la poesia ai modi reali della comunicazione sociale, senza però scadere nella resa passiva ai media. Anzi: appropriandosi delle forme della pubblicità e dell’informazione, Pignotti ne sabota il potere persuasivo dall’interno. Prende il linguaggio che ipnotizza e lo restituisce come linguaggio che allarma. Prende il linguaggio che vende e lo trasforma in linguaggio che svela.
Qui appare la sua differenza profonda anche rispetto ad altre linee della neoavanguardia. Se il Gruppo 63 lavora soprattutto sulla crisi interna del linguaggio letterario, Pignotti compie un ulteriore passo: porta la poesia nel territorio dei media e porta i media dentro la poesia. La discriminante dell’immagine non è secondaria; è strutturale. La parola non basta più da sola, perché il mondo contemporaneo non si presenta più soltanto come discorso: si presenta come flusso integrato di discorso, icona, marchio, merce, seduzione visiva, montaggio. Per questo il suo collage non è un semplice collage: è, secondo una formula ben legata alla sua riflessione, un collage “largo”, cioè esteso, complesso, impuro, costruito su una rete di materiali verbali e figurali provenienti dalla vita comunicativa del presente.
Bisogna allora insistere su un altro tratto che rende Pignotti inconfondibile: la sua ironia. Non l’ironia come gioco brillante o come elegante distanza intellettuale, ma come tecnica di smascheramento. I suoi francobolli con balloon su figure commemorative, per esempio, sono una risposta minuscola e pungente al gigantismo trionfale della Pop Art: non monumentalizzano l’immagine, la incrinano. Le serie successive, dai Souvenir alle Foto ricordo, dagli interventi su immagini di cronaca, moda e pubblicità alle ricerche come De-composizione e Visibile-Invisibile, non celebrano affatto il fascino del visibile contemporaneo; ne mostrano piuttosto la vacuità, la rapida consunzione, l’autocancellazione. È come se Pignotti dicesse: guardate quanto il presente, appena apparso, è già reliquia, scarto, consumo di sé. La sua scrittura, quando entra sulla foto, non la decora: la ferisce, la tatua, la contraddice.
Questa attenzione al mondo della merce e della pubblicità non va però intesa in modo schematicamente sociologico. Certo, Pignotti è un osservatore acutissimo dell’ideologia dei consumi; basta pensare ai suoi libri saggistici su pubblicità, informazione e cultura confezionata, o a un titolo come Il supernulla, che già da solo definisce con precisione il cuore del suo bersaglio: il vuoto seduttivo elevato a sistema. Ma la sua forza non è solo nel denunciare. È nel mostrare come il potere agisca sensorialmente: attraverso il piacere delle immagini, la tattilità delle superfici, la dolcezza della réclame, l’automatismo del riconoscimento. Per questo la sua risposta è sinestetica e plurisensoriale. Non gli basta il vedere: vuole coinvolgere l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto, il comportamento. Le sue poesie diventano da guardare, da ascoltare, da toccare, persino da mangiare, da bere, da masticare. È un allargamento decisivo del campo poetico.
Ecco allora un’altra ragione per cui Pignotti non può essere ridotto al solo “padre della poesia visiva”. Quella formula è vera, ma insufficiente. Pignotti è uno sperimentatore della soglia. Ogni volta che un linguaggio tende a stabilizzarsi, lui lo sposta. Dalla poesia lineare passa alla poesia visiva; dalla tavola logo-iconica alla cinepoesia; dal libro alla performance; dalla lettura all’happening; dalla pagina all’oggetto; dall’oggetto all’azione. Le Poesie e no, portate in scena con Miccini e Chiari, il lavoro sulle cinepoesie costruite con spezzoni di cinegiornali e documentari, le cassette logo-musicali, i libri-oggetto di plastica e metallo, le azioni performative: tutto questo non è dispersione in mille rivoli, ma fedeltà a un’idea coerente. La poesia, per Pignotti, deve occupare i luoghi in cui la vita contemporanea produce i suoi segni.
È importante anche non perdere di vista che Pignotti resta, sempre, un poeta lineare di valore. Questo aspetto spesso viene messo in ombra dalla fama del teorico e del visivo, ma i titoli stessi di alcune raccolte mostrano il nucleo esistenziale della sua ricerca: Nozione di uomo, Una forma di lotta, Come stanno le cose, Parola per parola, diversamente, Zone marginali, Queste parole. Sono titoli che non inseguono il preziosismo né la rarefazione; dicono anzi la volontà di misurarsi con l’umano quotidiano, con l’attrito tra individuo e società, con la necessità di una resistenza. In Pignotti la lotta non è quasi mai declamata in modo frontale o enfatico: si esprime piuttosto come deviazione, montaggio, interferenza, straniamento. Anche per questo la sua ironia è sempre un’arma.
Del resto, tutta la sua attività saggistica conferma che siamo davanti a una mente che non separa mai invenzione e riflessione. Da Istruzioni per l’uso degli ultimi modelli di poesia a Parole immagini e…, da La scrittura verbo-visiva a I sensi delle arti, a Sinestesie e interazioni estetiche, da I sensi simulati. Comunicazione ed estetica nei media elettronici a Identikit di un’idea e Scritture convergenti. Letteratura e mass media, Pignotti costruisce, libro dopo libro, una vera archeologia del contemporaneo: non solo delle avanguardie, ma dei mutamenti dei codici, dei consumi, delle forme di persuasione, delle metamorfosi del vedere e del dire. In questo senso è stato un semiologo concreto, mai astratto: uno che ragiona sui segni a partire dalle loro ricadute sociali, dalle loro manipolazioni, dalle loro complicità con il potere.
Anche il suo insegnamento universitario va letto in questa chiave. Professore prima a Firenze e poi, dal 1971, al DAMS di Bologna, Pignotti non porta in aula un sapere museale; porta un campo di tensioni. I rapporti tra avanguardie, mass media e new media, cui dedica i suoi corsi, non sono per lui un tema accademico accessorio: sono il luogo in cui si decide la possibilità stessa di un’arte non addomesticata. La sua figura di docente appartiene così organicamente alla sua opera: non il professore che commenta a distanza, ma l’intellettuale che continua a intervenire nel vivo dei processi culturali.
Un’altra sua specificità, che merita di essere messa in primo piano, è l’intreccio tra polemica e generosità organizzativa. Pignotti non è stato solo autore di opere; è stato motore di contesti. Riviste, convegni, mostre, antologie, festival, dibattiti: ha promosso e costruito spazi di circolazione, di confronto, di urto. Anche in questo è lontanissimo dall’immagine del poeta isolato o del puro inventore formale. La sua opera ha una dimensione infrastrutturale: contribuisce a creare il terreno stesso in cui una nuova ricerca può essere vista, letta, discussa. Non stupisce allora che la sua presenza attraversi decenni e sedi diversissime, dalle riviste ai grandi eventi internazionali, dalle gallerie alle università, dalla Biennale di Venezia al Centre Pompidou.
Va detto poi che, nel lungo sviluppo della sua ricerca, Pignotti non resta fermo a una formula. Negli anni Settanta, Ottanta e oltre, continua a mutare fuoco e materiale. Le ricerche sulla pubblicità e sulla mercificazione dell’immagine femminile sono, da questo punto di vista, particolarmente significative. Non si tratta solo di prendere atto del fatto che il corpo della donna è uno dei luoghi privilegiati della manipolazione mediatica; si tratta di intervenire artisticamente su quella manipolazione, incrinando la superficie seduttiva che la sostiene. Anche qui Pignotti non si limita a rappresentare: altera, corregge, contraddice, riapre. È una critica in atto, fatta con i mezzi stessi della visibilità contemporanea.
Eppure, nonostante la vastità della sua produzione e la molteplicità delle sue pratiche, in Pignotti non c’è dispersione. C’è una linea coerente: costruire nell’uomo contemporaneo una coscienza critica capace di resistere all’obnubilamento mediatico. In questo senso la formula dell’“artista totale” coglie qualcosa di vero, ma si può precisare meglio: Pignotti non è totale perché fa tutto; è totale perché riconduce tutto a un medesimo compito, che è insieme estetico, conoscitivo e civile. Il suo lavoro non mira a produrre meraviglia fine a sé stessa, ma a modificare il regime dell’attenzione. Vuole costringerci a vedere ciò che, proprio perché troppo visto, non vediamo più.
Persino l’episodio della Corale Scrittori Itineranti, che potrebbe sembrare marginale o folclorico, in realtà conferma un dato profondo della sua personalità: Pignotti non concepisce la letteratura come recinto austero. Accetta di attraversare il canto, la scena, il gioco, la dimensione corale, perché sa che la scrittura, se vuole incidere, deve imparare a circolare con altri corpi, altri tempi, altri ritmi. Anche qui non c’è frivolezza, ma conseguenza: la sua idea di poesia è incompatibile con la fissità.
Per questo, guardando oggi alla sua opera complessiva, Pignotti appare come uno dei protagonisti più solidi e più mobili della seconda avanguardia novecentesca: solidissimo nella continuità dei nuclei teorici, mobilissimo nelle forme, nei supporti, negli attraversamenti. Da Odissea alle ultime produzioni e mostre, dal Gruppo 70 alle antologie, dai libri Mondadori ai libri-oggetto, dalle foto di cronaca alle chewing poems, egli resta fedele a un’intuizione originaria: la poesia non può più illudersi di parlare da sola, ma proprio per questo può tornare a essere necessaria, se sa misurarsi con il rumore del mondo senza lasciarsene comprare.
In definitiva, Lamberto Pignotti è uno di quei rari autori nei quali l’invenzione formale coincide con un’etica della vigilanza. Non ha semplicemente accompagnato il passaggio dalla civiltà tipografica a quella dei mass media e oltre: l’ha interrogato, disturbato, contraddetto, teatralizzato, reso leggibile. Ha portato nella poesia il frigorifero, il fumetto, il rotocalco, il francobollo, la réclame, la cronaca, ma non per abbassarla: per sottrarla all’innocenza. La sua grandezza sta proprio in questo. Aver capito prima di molti altri che il compito del poeta contemporaneo non è difendere la purezza della parola, bensì attraversare l’impurità del presente con strumenti abbastanza acuti da trasformare i segni dominanti in segni di allarme.