Io, l’edicola e un’ora di carta

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Sì, compro e leggo i giornali. Sempre.

Lo dico quasi con orgoglio, perché ormai sembra diventata un’abitudine da spiegare.

I miei figli lo sanno bene. Quando arriva il momento, mi guardano e sorridono: «Sì papà, non dobbiamo disturbarti adesso. È il tuo momento della lettura dei giornali».

Poi arriva puntuale anche la domanda: «Ma ancora li compri? Le notizie le puoi leggere sul cellulare».

È vero.

Le notizie le leggo sul cellulare. Le leggo online, sui social, attraverso le notifiche che ormai ci raggiungono prima ancora che abbiamo deciso di informarci.

Ma continuo a comprare i giornali.

E continuo a leggerli.

Perché per me non è esattamente la stessa cosa.

C’è qualcosa che accade quando prendi un giornale, lo apri, lo sfogli. Il rumore delle pagine, le fotografie, i titoli, gli articoli che magari non avevi cercato e che invece finiscono per attirarti.

Non è soltanto informazione.

È tempo.

È un’ora, più o meno, durante il fine settimana in cui mi siedo, prendo il caffè e mi concedo il lusso di leggere senza fretta.

È diventato un piccolo rito.

Ma la mia storia con l’edicola comincia molto prima.

Comincia ai tempi del liceo, quando davanti a quei chioschi pieni di carta potevo perdermi a guardare tutto. I quotidiani, i giornali sportivi, le riviste culturali, quelle di musica, cinema, fotografia. Un universo di carta nel quale ogni copertina sembrava promettere qualcosa.

Ogni giornale aveva un mondo dentro.

E io quei mondi li volevo conoscere.

La Settimana Enigmistica, poi, era praticamente obbligatoria. Non poteva mancare. Aveva un posto preciso nelle mie abitudini e probabilmente anche nelle mie vacanze.

Perché il giornale veniva con me anche al mare.

E questa, devo ammetterlo, da ragazzo non era esattamente un’abitudine popolare tra i miei amici.

Mentre loro pensavano al mare, alla musica, alle ragazze, alle partite a pallone e a tutto quello che normalmente si pensa d’estate, io arrivavo con il mio giornale. Prima il giornale, poi tutto il resto.

Mi prendevano in giro.

«Ma davvero ti porti il giornale al mare?».

Sì.

Lo facevo davvero.

E oggi, ripensandoci, mi fa sorridere perché quella che sembrava una strana fissazione adolescenziale è diventata una delle poche abitudini che non ho mai veramente perso.

Sono cambiate le cose intorno.

È cambiato il modo di informarsi.

È cambiato il giornale.

Sono cambiato anch’io.

Ma quella voglia di fermarmi e leggere è rimasta.

Per qualche anno, addirittura, il giornale faceva parte di una specie di rituale perfetto: caffè, sigaretta e giornale.

Succedeva d’estate, al mare, ma anche in altri momenti della giornata. C’era qualcosa di terribilmente semplice e bello in quella sequenza.

Oggi la sigaretta non c’è più.

Il telefono, invece, è entrato nella scena e spesso pretende di esserci anche quando non dovrebbe.

Ma il giornale è rimasto.

E forse è proprio per questo che la notizia che a Roma sono scomparse oltre 500 edicole in sette anni mi ha colpito così tanto. Non è soltanto un numero.

Secondo i dati Unioncamere-InfoCamere riportati dal Corriere della Sera, tra il 2019 e il 2023 nell’area di Roma sono diminuite del 21% le attività legate alla vendita di giornali e periodici: da 1.441 a 1.138. Nel solo 2023, nella Capitale, hanno chiuso più di ottanta edicole.

Ma i numeri, in fondo, raccontano solo una parte della storia.

L’altra parte sono le serrande abbassate.

I chioschi vuoti.

Le locandine ancora attaccate ai vetri.

Quel piccolo spazio che improvvisamente non c’è più.

E soprattutto il giornalaio.

Che bella parola, tra l’altro.

Una parola che oggi rischia quasi di diventare antica quanto il mestiere che descrive.

Il giornalaio non era soltanto quello che vendeva i giornali. Era una presenza del quartiere. Uno che conosceva le facce, le abitudini, magari anche i gusti dei clienti.

«Il solito».

E quel solito poteva essere un quotidiano, il giornale sportivo, una rivista, la Settimana Enigmistica.

C’era un rapporto.

C’era una relazione.

C’era anche il piacere di entrare in edicola senza sapere esattamente cosa avresti comprato.

Oggi le edicole, per sopravvivere, hanno dovuto cambiare.

E le capisco.

Pacchi Amazon, ricariche, biglietti, giochi per bambini, carte collezionabili, servizi di vario genere. Sono diventate, in molti casi, piccoli bazar della sopravvivenza commerciale.

Del resto il mondo è cambiato e non si può pretendere che un’attività rimanga identica mentre tutto ciò che le sta intorno si trasforma.

Anche perché la crisi della carta è reale e non si risolve con la nostalgia.

Eppure, proprio mentre tante edicole chiudono, qualcosa di interessante sta accadendo.

A Roma stanno nascendo nuovi format che provano a trasformare il chiosco in qualcosa di più: giornali e riviste insieme a libri, fotografia, arte, musica, incontri, mostre, eventi. Ci sono realtà come Erno, Vertice, Santedicola e altri progetti che stanno cercando di riportare le edicole dentro la vita dei quartieri con una formula diversa.

(Fonte: Erno. Edicola Romana Non Ordinaria)

E questa, forse, è la strada più interessante.

Non provare semplicemente a salvare l’edicola di una volta.

Ma salvare ciò che l’edicola rappresentava.

Un luogo dove fermarsi.

Dove incontrare qualcuno.

Dove trovare una storia che non avevi cercato.

Dove comprare un giornale, certo, ma anche un libro, una rivista indipendente, un fumetto.

Dove magari assistere a una presentazione, ascoltare musica, vedere una piccola mostra.

Un luogo fisico dentro una città che ormai tende a spostare quasi tutto dentro uno schermo.

Perché il punto, alla fine, non è soltanto la carta.

Io stesso non sono certo un nostalgico della carta a tutti i costi. Leggo le notizie sul telefono. Uso i social. Mi informo online. Non penso che il digitale sia il nemico dei giornali.

Anzi.

Penso semplicemente che informarsi e leggere siano due cose che possono continuare a convivere.

Il problema è che abbiamo perso sempre più spesso il tempo per la seconda.

Scorriamo.

Apriamo.

Chiudiamo.

Passiamo da una notizia all’altra.

E spesso, dopo cinque minuti, non ricordiamo più nemmeno quella che avevamo appena letto.

Un giornale, invece, ti costringe a stare lì.

Almeno per un po’.

E magari ti fa leggere qualcosa che non avevi intenzione di leggere.

È una piccola forma di serendipità che l’algoritmo, per quanto intelligente, difficilmente potrà restituire nello stesso modo.

Forse è anche per questo che continuo ad amare l’edicola.

E forse è per questo che, da sempre, ho avuto una specie di sogno irrazionale: avere un’edicola tutta mia.

Non so se succederà mai.

Ma qualche volta ci penso.

E se un giorno dovessi davvero farlo, probabilmente non sarebbe un’edicola nel senso tradizionale.

Mi piacerebbe immaginarla come un piccolo luogo di cultura e di socialità.

I giornali, naturalmente.

I libri.

Le riviste che non trovi facilmente.

Qualche presentazione.

Una fotografia appesa a una parete.

Un incontro.

Un caffè.

Persone che entrano, si fermano, parlano.

Un posto nel quale poter ancora dire: «Aspetta, fammi vedere».

Forse è questo che dovremmo provare a salvare.

Non soltanto le edicole.

La possibilità di fermarsi.

In una città che corre, in un mondo che ci consegna tutto in tempo reale, avere ancora un piccolo chiosco dove comprare un giornale e scambiare due parole con qualcuno può sembrare una cosa insignificante.

A me, invece, sembra una cosa enorme.

Perché le edicole non sono mai state soltanto posti dove si vendevano giornali.

Sono state finestre sul mondo.

E per quelli come me che hanno imparato a conoscerlo anche attraverso quelle finestre, vederle chiudere lascia un vuoto che nessuna notifica può riempire.

Io continuerò a comprare i giornali.

Anche quando i miei figli continueranno a prendermi in giro.

Continuerò a sedermi nel fine settimana con il mio caffè, aprire le pagine e concedermi quell’ora.

E forse un giorno, chissà, dall’altra parte del bancone ci sarò io.

Con un giornale in mano.

E qualcuno che entra e dice:

«Il solito».


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