Ma la Repubblica non nasce solo contro la monarchia

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Una ragazza bella, giovane, coraggiosa: la nostra Repubblica. Anna Iberti, la giovane di ventiquattro anni che compare nella foto di Federico Patellani, alzando il Corriere della Sera («È nata la Repubblica»), scomparsa nel 1997, simboleggia questa bellezza, questa gioventù, questo coraggio. Vivrà per sempre, con quella fotografia, a raccontare questo carattere.

Eppure non fu, quella del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, una passeggiata. Ci furono polemiche per il simbolo repubblicano che compariva sulla scheda – l’Italia turrita, che raccontava la storia dei comuni e della pluralità culturale del Paese – contro quello dello stemma sabaudo. Ci furono violenze e minacce, in quei difficili giorni. Ma 12.717.923 donne e uomini scelsero quel simbolo, due milioni in più di quelli che votarono per la monarchia: il 54,3% contro il 45,7%.

Il re Umberto II andò in esilio e poi, con la proclamazione della Costituzione repubblicana, fu proibito ai discendenti maschi della casa reale l’ingresso in Italia.

I Savoia, che nel secolo precedente avevano contribuito all’unità d’Italia, si erano macchiati di delitti e responsabilità enormi. Dopo il primo conflitto mondiale, ossessionati – insieme ad agrari e grandi capitalisti del Nord – dall’impetuosa crescita socialista, avevano favorito l’ascesa al potere di Benito Mussolini e dei suoi squadristi. In tutto il ventennio erano stati complici del regime e dei suoi crimini. Avevano condiviso la tragica entrata in guerra dell’Italia al fianco di Adolf Hitler e le conseguenze terribili di quel conflitto, fino all’8 settembre 1943, quando si erano rifugiati a Brindisi, dove già c’erano gli Alleati.

Il giudizio degli elettori è stato, allora – malgrado il consenso che il fascismo aveva costruito negli anni del regime – definitivo.

Ma la Repubblica non nasce solo contro la monarchia. Nasce perché il Regno d’Italia, già prima dell’avvento del fascismo, aveva fallito l’obiettivo dell’unità nazionale, frenando l’ingresso del popolo nelle istituzioni. Con la Repubblica il popolo si fa Stato, per la prima volta nella storia nazionale. Il Risorgimento, infatti, come scrisse Antonio Gramsci – e come Palmiro Togliatti ricordò in una splendida lezione all’Università di Torino – era stata una «rivoluzione passiva»: una straordinaria epopea di liberazione nazionale, guidata da un’élite liberale e moderata, non capace di realizzare le grandi riforme sociali e democratiche di cui la nuova Italia aveva bisogno.

Quest’ingresso del popolo sulla scena pubblica e nazionale nacque nella lotta partigiana. Culture diverse, ideologie anche contrapposte, si ritrovarono per scacciare l’invasore e i suoi complici fascisti e repubblichini, per terminare la guerra, per ricostruire il Paese. I grandi partiti popolari di massa furono i canali attraverso cui, dopo il 25 aprile 1945, si organizzò la democrazia. Essa, infatti – anche se molti l’hanno dimenticato nei tempi recenti – non è solo esercizio del diritto di voto e tutela delle libertà fondamentali codificate nella prima parte della Costituzione. La democrazia è partecipazione, è cultura, è solidarietà.

La Costituzione del ’48 ha dato forma e programma, in modo straordinario, a questa aspirazione. Le stesse culture diverse hanno collaborato e cooperato per edificare una costruzione meravigliosa.

Naturalmente la guerra fredda, che cominciò l’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, la divisione dell’Europa e del mondo in blocchi, i condizionamenti internazionali hanno reso difficile la realizzazione concreta delle aspirazioni popolari. Una parte del vecchio regime ha continuato a vivere e a operare, apertamente o nell’ombra, per mettere in discussione la Repubblica, fino al progetto eversivo di Licio Gelli, alle stragi degli anni Sessanta e Settanta, al terrorismo politico e a quello mafioso.

Tuttavia quella ragazza – la Repubblica – anche se ha ottant’anni, è ancora bella, giovane e coraggiosa. Lo ha detto la Generazione Z, votando al referendum costituzionale sulla giustizia, nel marzo scorso, con un risultato percentuale simile a quello del 1946. Cosa ci dice questa generazione? Che dobbiamo costruire davvero la Repubblica disegnata dalla Costituzione. Che il lavoro, la cultura, la libertà delle donne, l’ambiente, i diritti civili non possono essere decisi dalla legge del più forte. Che la guerra va ripudiata, in un mondo in cui la folle prepotenza di chi ha ingiustamente accumulato enormi ricchezze porta a rischi terribili per tutta l’umanità.

Viva la Repubblica, quindi, non è un grido nostalgico. È un programma straordinario – come si racconta in queste pagine – di lotta e di impegno per realizzare la Costituzione e per affermare la pace e, con essa, i valori di fraternità, di eguaglianza e di libertà.

dalla prefazione di Pietro Folena del volume “Viva la Repubblica”, curato da Tonino Tosto


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