04 Ago Tomaso BINGA. Il corpo come scrittura. La scrittura come gioco.
di Nadia CAVALERA
Un omaggio a Tomaso Binga in occasione della retrospettiva museale a lei dedicata al Madre di Napoli e conclusasi il 21 luglio.
Non è facile incasellare Tomaso Binga in una definizione, come non lo è rinchiudere una corrente elettrica dentro un foglio. Dietro questo nome maschile che suona quasi comico, quasi infantile, si cela Bianca Pucciarelli, nata nel 1931 a Salerno, cresciuta tra disegni guidati da mani paterne e libri pieni di parole scintillanti. Ma già da allora, il suo rapporto con le lettere era fisico: il padre Nicola, artista mai riconosciuto (in Uruguay, dove era emigrato da giovane, faceva vetrate artistiche), le insegnava a scrivere prendendole la mano e facendola scorrere sul foglio come si guida una danza. E forse tutta la sua arte nasce da questo: da un alfabeto condiviso, da una corporeità iniziale, da un’intimità col gesto prima ancora che col contenuto. E l’alfabeto è stato il suo lavoro preferito. Ne ha fatti a decine. Ricordiamone alcuni: l’”Alfabeto vocalico” (1975) l'”Alfabetiere murale” (1976) , l’ “Alfabeto proverbiale” (2000) e quello in corso, ultimo, definitivo, una sorta di Alfabeto poetico monumentale, a cui sta ancora lavorando.
Negli anni Settanta, mentre l’Italia scopriva il femminismo e il mondo dell’arte restava ancora saldamente in mano agli uomini, Bianca decide di cambiare nome, e con esso di ribaltare il tavolo. Era il 1971, in occasione di una mostra intitolata “L’oggetto reattivo” allo Studio Oggetto di Caserta. Si presenta come Tomaso, e non è un semplice pseudonimo, in omaggio a Marinetti, suo autore preferito all’epoca: è un travestimento semantico, un camuffamento che serve a denunciare. Non c’è mimetismo, ma dissimulazione attiva, una strategia di cortocircuito che rende evidente il privilegio proprio nel momento in cui lo si assume per gioco. L’arte, per lei, non è un territorio neutro, ma un campo minato di stereotipi da ribaltare con la risata e con la provocazione.
Il primo gesto forte è la destrutturazione della parola, la sua desemantizzazione: non cancellazione, ma deviazione. Le lettere, nelle sue mani, diventano forme, suoni, materia da piegare e reinventare. Con la macchina da scrivere, sovrappone i caratteri per generare nuove immagini testuali: nasce così un lessico deformato, in cui la punteggiatura si ribella e il senso si perde per guadagnare altro, come succede nei sogni o nei giochi di bambini. Non è una perdita, ma una liberazione.
Parallelamente, il corpo diventa protagonista. Non quello idealizzato o decorato, ma il proprio corpo, esposto nella sua fragilità, nella sua funzione di segno. Con l’aiuto della fotografa argentina Verita Monselles, a Firenze, Tomaso Binga costruisce un intero alfabeto usando il proprio corpo nudo come stampo per ogni lettera. È il già citato “Alfabetiere Murale“. Non c’è pornografia, non c’è compiacimento: c’è la volontà di incarnare il linguaggio, di renderlo fisico, tangibile, femminile. Incarnare la sua “scrittura vivente”. È una ribellione che passa attraverso l’autoesposizione, la messa in gioco dell’identità, l’assunzione di un rischio che non è solo formale ma anche esistenziale.

Roma, dove si trasferisce nel 1959, dopo essersi sposata con lo storico dell’arte Filiberto Menna, suo conterraneo, è lo sfondo della sua maturazione artistica. Qui fonda nel 1974 il Lavatoio Contumaciale, uno spazio ibrido tra teatro, galleria e fucina di pensiero. Non un luogo celebrativo, ma un laboratorio critico, dove si prova, si fallisce, si rilancia. Il nome stesso è già tutto un programma. «Era il posto in cui si bollivano i panni delle persone infette. Ho voluto lasciare quel nome perché anziché i panni, lì lavavamo le idee infette, i pregiudizi, che sono sempre tanti. Era un modo per fare pulizia» dichiara pubblicamente in più occasioni (anche nell’intervista che le feci nel 1996). Un ambiente dunque per la depurazione simbolica, un’inversione degli antichi riti di purificazione, stavolta a beneficio delle idee.
Ma Binga non è solo performance, non è solo corpo. La sua produzione comprende molteplici libri, installazioni, collage, composizioni tipografiche, abiti cuciti a mano, fotografie rielaborate. Ogni supporto è valido, purché disponibile al gioco, nella sua accezione più nobile, confinante nel sacro. La sua poetica è fluida, mutevole, difficilmente incasellabile in una corrente o in un genere. Eppure, c’è una coerenza profonda in ogni fase del suo percorso: la volontà di destrutturare per costruire, di fare tabula rasa per riscrivere, di rovesciare i codici senza mai perdere la tenerezza del gesto. La leggerezza della comunicazione.
Molte sue opere nascono da intuizioni semplici: la tappezzeria di una casa, un acrostico inventato, un errore di battitura trasformato in immagine. Ma dentro questa semplicità si annida un pensiero complesso, che mette in discussione i fondamenti della comunicazione, del potere, del ruolo sociale. I titoli dei suoi libri e lavori – ironici, sorprendenti, talvolta irriverenti – sono già dichiarazioni di poetica. Solo alcuni: “Rimerotiche” (1992), “Vorrei essere un Vigile urbano” (1995), “Come Cometa: poesie in contumacia” (2003- con Vito Riviello), “Autoritratto di un matrimonio” (2005), “Valore Vaginale” (2009), “Le pene del pene” (2024), “Euforia” (2024).
Ma è nella recitazione pubblica, nella vocalità piena, che la sua arte diventa realmente tridimensionale: la voce che s’impasta di sillabe e versi è lo strumento con cui restituisce al linguaggio la sua corporeità originaria.
Negli ultimi anni, il sistema dell’arte ha finalmente riconosciuto la radicalità e l’originalità del suo percorso. Inviti a mostre internazionali, collaborazioni con la moda, retrospettive importanti: tutto sembra ora convergere verso un tardivo, ma dovuto, risarcimento. E tuttavia, Binga non ha mai atteso approvazioni. Ha sempre proceduto per conto proprio, spinta non da ambizioni di carriera ma da una pulsione ludica che è anche un’etica della creazione. Le sue opere non cercano consensi, ma incontri. Non predicano, ma mettono in moto pensieri. I suoi, da sempre orientati, dacchè frequentava i collettivi femminili tra cui la Cooperativa Beato Angelico, verso una comune crescita sociale in senso antipatriarcale e di rivalutazione del ruolo della donna.


La mostra “Euforia“, al Museo Madre di Napoli (da poco conclusasi – dal 18 aprile al 21 luglio), curata da Eva Fabbris, insieme a Daria Kahn, ha restituito in modo pieno la molteplicità del suo universo di artista totale. Quale singolare interprete della poesia concreta, verbovisiva e sonoro-performativa. Non si è trattato di una semplice antologica, ma è stata un viaggio dentro un tempo flessibile, dove le opere degli anni Settanta dialogavano, in un rapporto non cronologico, ma diacronico, con quelle più recenti senza mai apparire datate. Anzi, molte delle sue intuizioni sembrano oggi più attuali che mai: nel modo in cui lavora sul genere come costruzione sociale, nel rifiuto di gerarchie tra parola e immagine, nella fiducia nella contaminazione dei linguaggi.
Tomaso Binga, oggi novantaquattrenne, non si è mai arresa alla nostalgia. La sua arte non guarda indietro, ma scava nella lingua per trovarvi ancora energie inespresse, pronte a detonare. Se il mondo si ostina a imporre etichette e griglie di senso, lei risponde con un alfabeto fatto di corpi piegati, lettere in fuga, suoni scomposti. Non per confondere, ma per liberare. Perché il senso, come l’identità, non è mai un punto fisso, ma un processo.

E se esiste un’eredità del suo lavoro, non è solo nei materiali d’archivio, nei libri, nei cataloghi, nelle immagini: è in quella disposizione a disubbidire che la sua opera instilla in chi la guarda. Chi attraversa il suo universo non ne esce con un messaggio chiaro, ma con un desiderio di libertà: quella di immaginare nuove regole, nuove forme, nuovi alfabeti – e di farlo ridendo e giocando. Perché solo quando il gioco gioca giocando, si possono suscitare alla vita nuovi mondi.
