09 Set AI a scuola, New York frena: la scelta di Zohran Mamdani e le due strade dell’educazione
L’intelligenza artificiale entra sempre più nelle scuole. Ma tra divieti, sperimentazioni e nuovi programmi didattici, il punto non sembra essere scegliere tra tecnologia e tradizione. È capire quale ruolo assegnare all’AI nel processo educativo.
Il sindaco di New York Zohran Kwame Mamdani ha scelto di imporre una moratoria di un anno sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa da parte degli studenti dalla 2à all’ottava classe. La decisione, annunciata il 2 settembre insieme al Schools Chancellor Kamar Samuels, riguarda quasi 600.000 studenti, circa due terzi degli iscritti al sistema pubblico della città.
Una notizia che, raccontata soltanto attraverso il titolo «New York vieta l’intelligenza artificiale a scuola», rischia però di essere più semplice della realtà.
Perché Mamdani non ha scelto di tenere l’AI fuori dalla scuola.
Ha scelto di stabilire che, per i più giovani, per un anno quella tecnologia non debba essere utilizzata direttamente dagli studenti. Alle scuole superiori, invece, l’intelligenza artificiale viene introdotta in modo controllato. Sono previsti moduli di alfabetizzazione sull’AI due volte l’anno e programmi pilota con cinque strumenti educativi selezionati, utilizzabili sotto la supervisione degli insegnanti. I chatbot conversazionali come ChatGPT e Claude non fanno parte di questi programmi.
La distinzione è importante perché racconta qualcosa di più interessante di un semplice divieto.
Racconta la difficoltà di decidere quale posto debba occupare l’intelligenza artificiale nel processo educativo.
Il problema non è più se gli studenti usano l’AI
La questione arriva in un momento nel quale l’uso dell’intelligenza artificiale tra i giovani è già ampiamente diffuso.
Secondo i dati OECD, nel 2025 più di un terzo della popolazione dei Paesi dell’Organizzazione ha utilizzato strumenti di AI generativa. Tra gli studenti di almeno 16 anni la percentuale sale a circa tre su quattro.
L’AI, quindi, non sta aspettando il permesso della scuola per entrare nella vita degli studenti.
È già nei loro computer, negli smartphone, nei motori di ricerca e negli strumenti con cui preparano un compito, traducono un testo, cercano una spiegazione o provano a risolvere un problema.
Questo cambia profondamente anche il significato della scuola.
Per decenni il sistema educativo ha avuto tra i suoi compiti quello di fornire accesso alle informazioni e insegnare come utilizzarle. Oggi una parte enorme di quelle informazioni può essere ottenuta in pochi secondi attraverso una conversazione con una macchina.
Il valore dell’apprendimento si sposta allora verso altre competenze: comprendere, verificare, argomentare, collegare informazioni, riconoscere un errore, costruire un ragionamento autonomo.
Ed è proprio qui che la scelta di New York diventa interessante.
La pausa di Mamdani non è una guerra alla tecnologia
Nel presentare la moratoria, Mamdani ha insistito sulla necessità di proteggere l’interazione tra studenti e insegnanti, lasciando ai bambini il tempo per sviluppare autonomia, creatività e capacità di affrontare problemi senza delegare immediatamente la soluzione a una macchina.
Ma allo stesso tempo ha riconosciuto che gli adolescenti stanno crescendo in un mondo nel quale l’AI sarà sempre più presente.
Per questo, alle superiori, la città ha scelto di insegnare anche l’intelligenza artificiale. Le sue opportunità, i suoi rischi, i meccanismi di funzionamento e i suoi possibili bias. I programmi pilota saranno limitati a un massimo di 45 minuti alla settimana e sottoposti alla supervisione diretta di un insegnante.
È una posizione meno radicale di quanto possa sembrare.
Non «AI fuori dalla scuola», dunque.
Piuttosto prima imparare, poi imparare a usare l’AI per imparare meglio.
Nel mondo, però, qualcuno sta andando nella direzione opposta
La scelta di New York diventa ancora più interessante se confrontata con quello che sta accadendo in altri sistemi educativi.
L’Estonia, per esempio, ha lanciato AI Leap, un programma nazionale che punta a portare strumenti e formazione sull’intelligenza artificiale nelle scuole. La prima fase, partita nel 2025, ha coinvolto circa 20.000 studenti delle classi 10 e 11 e 3.000 insegnanti. Nel 2026 il programma è stato previsto in espansione verso l’istruzione professionale e nuove classi.
Il progetto estone è particolarmente significativo perché non considera l’AI soltanto come uno strumento da utilizzare.
L’obiettivo è costruire competenze per utilizzarla.
È la stessa logica che aveva accompagnato il precedente Tiger Leap, il programma che negli anni Novanta contribuì alla digitalizzazione delle scuole estoni. Oggi il Paese prova a fare un passaggio analogo con l’intelligenza artificiale.
Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto una strada molto più espansiva: dall’anno scolastico 2025-2026 l’AI è stata inserita come materia ufficiale nel curriculum delle scuole pubbliche, dalla scuola dell’infanzia in poi. L’obiettivo dichiarato è fornire agli studenti conoscenze sull’AI e sulla sua applicazione nella vita quotidiana.
Sono modelli molto diversi.
Da una parte New York, che introduce una moratoria e mette al centro il tempo dell’apprendimento umano.
Dall’altra Estonia ed Emirati, che considerano la familiarità con l’AI una competenza da costruire precocemente.
Non necessariamente una delle due strade è quella giusta in assoluto.
Anche la Corea del Sud ha provato a cambiare il libro di testo
Un altro caso interessante arriva dalla Corea del Sud.
Il governo aveva programmato l’introduzione progressiva degli AI Digital Textbooks, strumenti progettati per adattare l’apprendimento al livello e al ritmo dello studente e fornire agli insegnanti informazioni sui suoi progressi.
Nel 2025 erano previste le prime applicazioni per matematica, inglese e informatica, con 76 prodotti approvati.
L’idea alla base era quella di trasformare il digitale in una sorta di supporto personalizzato. Non sostituire il libro tradizionale o l’insegnante, ma fornire ulteriori strumenti per capire dove uno studente incontra difficoltà e adattare il percorso.
Anche qui emerge un elemento decisivo. La tecnologia non produce automaticamente una buona educazione.
Servono infrastrutture, formazione degli insegnanti, criteri di valutazione e soprattutto obiettivi didattici chiari.
E l’Italia?
Anche il nostro Paese non è estraneo a questa discussione.
Un rapporto OECD-Fondazione Agnelli pubblicato nel 2025 ha analizzato proprio le possibilità di un’adozione dell’AI nel sistema educativo italiano, individuando tra gli ambiti potenziali il contrasto alla dispersione scolastica, il miglioramento degli apprendimenti, la riduzione del divario di genere nella matematica e il sostegno agli studenti con background migratorio.
Ma il rapporto sottolinea anche la necessità di affrontare i rischi e di costruire adeguate strategie di mitigazione.
In Italia, inoltre, sono già in corso attività di sperimentazione e valutazione. Il progetto AI4T, ad esempio, coinvolge circa 90 scuole e 450 insegnanti in uno studio che analizza anche gli effetti della formazione dei docenti sull’AI sulle pratiche didattiche e sull’apprendimento degli studenti.
Il punto, quindi, non è soltanto decidere quale strumento utilizzare.
È capire che cosa vogliamo ottenere attraverso quello strumento.
L’insegnante non diventa meno importante. Diventa diverso il suo ruolo
È forse questo il passaggio più delicato.
Se uno studente può chiedere a un sistema di AI di spiegargli una formula, correggere un testo, generare un riassunto o proporre una soluzione, il lavoro dell’insegnante non può più essere definito soltanto come trasmissione di conoscenze.
L’insegnante deve diventare sempre più una figura capace di orientare, verificare, contestualizzare e costruire metodo.
È una trasformazione che l’UNESCO considera già necessaria. Il suo framework per gli insegnanti individua 15 competenze distribuite tra cinque dimensioni: approccio human-centred, etica dell’AI, conoscenze tecniche, pedagogia dell’AI e sviluppo professionale.
Per gli studenti, invece, l’UNESCO propone 12 competenze articolate in quattro aree: mentalità centrata sull’essere umano, etica dell’AI, tecniche e applicazioni dell’intelligenza artificiale e progettazione dei sistemi. Il percorso dovrebbe andare dalla capacità di comprendere a quella di applicare fino a quella di creare.
È una prospettiva molto diversa dall’idea di insegnare semplicemente a scrivere il prompt migliore.
Il vero rischio è una scuola che insegna a usare l’AI senza insegnare a pensare
È qui che la decisione di New York e gli esperimenti degli altri Paesi possono essere letti insieme.
Il problema non è soltanto l’errore prodotto dall’intelligenza artificiale.
È anche la possibilità che uno studente smetta di attraversare quella parte faticosa dell’apprendimento nella quale si prova, si sbaglia, si torna indietro, si cambia strada e alla fine si comprende.
Quella fatica ha un valore educativo.
Mamdani l’ha definita, nel presentare la sua politica, come la necessità di mantenere al centro anche la capacità dei ragazzi di affrontare problemi difficili senza delegarne immediatamente la soluzione a una macchina.
Ma anche l’eccesso opposto può diventare un problema.
Tenere l’AI completamente fuori dalla scuola significherebbe lasciare che gli studenti la imparino altrove, spesso senza strumenti per comprenderne limiti, errori, bias, privacy e meccanismi.
L’UNESCO propone infatti un approccio umano, sicuro, equo e significativo, che tenga insieme regolazione, protezione dei dati, adeguatezza all’età e possibilità di utilizzare creativamente la GenAI nei percorsi educativi.
Due strade, una responsabilità
Forse il confronto internazionale racconta una cosa più interessante della semplice contrapposizione tra chi vieta e chi sperimenta.
New York sta dicendo: non tutto ciò che è tecnologicamente possibile deve essere introdotto immediatamente nella scuola.
L’Estonia sta dicendo: se l’AI cambierà il mondo, la scuola deve preparare gli studenti a viverci dentro.
Gli Emirati scelgono di trasformare l’AI in una materia.
La Corea del Sud ha provato a trasformarla in uno strumento di personalizzazione dell’apprendimento.
L’Italia sta ancora cercando una propria strada, attraverso sperimentazioni, ricerca e valutazione.
Sono risposte diverse alla stessa trasformazione.
E forse la scuola ha davanti un compito che non consiste nello scegliere tra carta e algoritmo, tra insegnante e chatbot, tra passato e futuro.
Consiste nel decidere che cosa non vogliamo perdere mentre impariamo a utilizzare ciò che arriva.
Perché un ragazzo che sa usare perfettamente un’intelligenza artificiale non è necessariamente più preparato.
Lo diventa quando sa capire quando utilizzarla, quando dubitare della sua risposta, quando correggerla e, soprattutto, quando è ancora necessario pensare con la propria testa.
È probabilmente questa la competenza più importante che la scuola può insegnare nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
E la scelta di Zohran Mamdani a New York, così come le sperimentazioni che stanno prendendo forma in altri Paesi, ci consegna già un dato. La discussione sull’AI a scuola non riguarda più il futuro. Riguarda il modo in cui stiamo costruendo il presente.