11 Giu Quando i bambini restano soli: il buco nero del welfare che non vogliamo vedere
Purtroppo può essere vero. Ma resta inaccettabile.
Di fronte a certe tragedie familiari, a certe storie di bambini lasciati soli dentro case, relazioni e silenzi che avrebbero dovuto essere intercettati molto prima, la tentazione più comoda è sempre la stessa: considerarli episodi isolati. Una famiglia problematica, due adulti fragili, una concatenazione imprevedibile di eventi. Ma questa spiegazione non basta più. Non basta soprattutto quando, attorno a quella famiglia, c’erano comunità, servizi, istituzioni, vicini, parenti, scuole, medici, reti formali e informali che avrebbero dovuto vedere, intuire, ascoltare, intervenire.
Abbiamo sistematicamente disinvestito nella cura, nell’assistenza socio-sanitaria, nella prevenzione, nei servizi territoriali. E il risultato è che, davanti alle fragilità più profonde — o, in alcuni casi, davanti a vere atrocità che è difficile derubricare a semplice debolezza — i primi a cadere nel vuoto sono i bambini. Poi gli anziani non autosufficienti. Poi le donne esposte a violenza, isolamento, dipendenza economica, solitudine. Sempre gli stessi corpi, sempre le stesse vite considerate sacrificabili da un sistema che interviene troppo tardi, quando ormai il danno è compiuto.
Nei miei anni di lavoro nel sociale, una delle esperienze che più mi ha colpita riguarda gli iter di affido e adozione. Gli aspiranti genitori vengono letteralmente guardati al microscopio. Assistenti sociali, psicologi, giudici e istituzioni entrano nella loro vita con un livello di profondità che pochi altri percorsi prevedono. Si valuta la casa, il lavoro, la stabilità economica, la relazione di coppia, la formazione personale, la rete familiare, il modo in cui si usa il tempo, la capacità di affrontare l’imprevisto, persino la tenuta emotiva davanti a domande che spesso non hanno una risposta certa.
Si entra nell’intimità individuale e di coppia. Si osservano le relazioni allargate. Si chiedono garanzie, consapevolezza, motivazioni, equilibrio. Ed è giusto che un bambino già ferito dalla vita venga protetto con la massima attenzione. Ma resta una domanda enorme: perché tanta cura, tanta severità e tanta vigilanza vengono riservate a chi chiede di accogliere un figlio, mentre nessun sistema è davvero in grado di accompagnare, sostenere e monitorare chi un figlio lo mette al mondo naturalmente?
A una donna e a un uomo che possono procreare non viene chiesto nulla di tutto questo. Nessuno valuta la loro capacità educativa, la loro stabilità psicologica, la qualità delle loro relazioni, la presenza di una rete, il contesto in cui quel bambino crescerà. Naturalmente non si tratta di immaginare controlli invasivi sulla genitorialità biologica. Sarebbe pericoloso e profondamente sbagliato. Ma il punto è un altro: una società che dice di mettere al centro l’infanzia non può comparire solo quando c’è da giudicare, allontanare, certificare o punire. Deve esserci prima. Deve esserci vicino. Deve esserci ogni giorno.
I numeri raccontano una realtà che non possiamo più ignorare. In Italia, nel 2024, oltre un milione e 283 mila bambini e adolescenti vivevano in povertà assoluta. Sempre nel 2024, più di un quarto dei bambini e ragazzi sotto i 16 anni viveva in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Non sono percentuali astratte: sono bambini che crescono in case dove manca stabilità, dove l’accesso alle cure, all’educazione, allo sport, alla socialità e al sostegno psicologico dipende troppo spesso dal reddito, dal territorio, dalla fortuna.
A questo si aggiunge una sanità pubblica sempre più sotto pressione. La spesa sanitaria pubblica italiana resta sotto la media dei Paesi OCSE e sotto quella europea. Le liste d’attesa si allungano, la medicina territoriale fatica, la salute mentale è ancora trattata come una questione secondaria, i consultori sono insufficienti o depotenziati, i servizi sociali comunali lavorano spesso con organici ridotti e carichi impossibili. Così il welfare di prossimità, quello che dovrebbe intercettare il disagio prima che diventi emergenza, si trasforma in un presidio fragile, discontinuo, diseguale.
Il problema è proprio qui: abbiamo costruito un sistema che sa essere minuzioso quando deve valutare una coppia adottiva, ma spesso non riesce a essere presente nella vita quotidiana delle famiglie più vulnerabili. Sappiamo chiedere relazioni, certificazioni, colloqui e prove di idoneità a chi vuole accogliere, ma non sappiamo garantire ascolto, sostegno psicologico, assistenza domiciliare, educatori, consultori, pediatri, servizi per la salute mentale e reti comunitarie sufficienti a chi è già dentro una situazione di rischio.
E così, quando accadono tragedie che ci sconvolgono, ci chiediamo com’è stato possibile che nessuno si fosse accorto di nulla. Ma forse la domanda più scomoda è un’altra: chi avrebbe dovuto accorgersene? Con quali strumenti? Con quali tempi? Con quali risorse? Con quale continuità?
Le persone più prossime spesso non vedono, o non vogliono vedere. I servizi, quando ci sono, arrivano già travolti dalle urgenze. La scuola segnala ma non sempre trova interlocutori tempestivi. I medici intercettano frammenti. I comuni fanno quello che possono con risorse spesso insufficienti. E intanto le fragilità si accumulano dentro le case, diventano isolamento, trascuratezza, violenza, abbandono.
Questo Paese è in crisi e i segnali sono ovunque. Non solo nelle grandi tragedie che finiscono sui giornali, ma nella normalità silenziosa di migliaia di famiglie lasciate sole. L’assenza di un welfare sanitario e sociale di prossimità è un buco nero. E dentro quel buco nero cadono prima di tutto i bambini, gli anziani fragili e ancora troppe donne.
La politica, di qualunque colore sia, dovrebbe avere il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità. Non basta commuoversi dopo. Non basta indignarsi per qualche giorno. Non basta invocare punizioni più severe quando il fallimento è già avvenuto. Serve ricostruire una rete territoriale capace di prevenire, accompagnare, sostenere e proteggere. Servono assistenti sociali in numero adeguato, consultori funzionanti, servizi di salute mentale accessibili, educatori di comunità, pediatria territoriale, sostegno alla genitorialità, assistenza domiciliare, scuole con strumenti reali per non essere lasciate sole davanti al disagio.
Ogni tragedia umana di questo tipo non è solo una storia privata. È un sintomo pubblico. È la crepa visibile di un sistema che da anni arretra, taglia, delega alle famiglie, scarica sulle donne, affida alla buona volontà dei singoli ciò che dovrebbe essere responsabilità collettiva.
Una società si misura da come protegge chi non ha voce. E i bambini non possono aspettare che il sistema si accorga di loro quando è troppo tardi. La cura non è un costo accessorio. È l’infrastruttura morale e politica di un Paese. Senza cura, senza presenza, senza prossimità, nessuna comunità può dirsi davvero civile.
Per questo non possiamo più limitarci a dire “nessuno poteva immaginare”. Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che spesso non immaginiamo perché non guardiamo, non ascoltiamo, non investiamo, non costruiamo presìdi capaci di stare vicino alle persone prima che precipitino.
E quando a precipitare sono i bambini, il fallimento non è mai soltanto familiare. È collettivo.