Ogni bambino non è mai straniero

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Della  violenza ideologica alla base del decreto del Governo si è scritto e detto nelle settimane scorse. Un decreto inutile ad anno scolastico già cominciato, valido per il prossimo anno 2027-2028, che riguarderà secondo i calcoli fatti da vari centri studi poche centinaia di bambini, con la ciliegina del divieto di burqa e niqab, ha il solo obiettivo di avviare la campagna elettorale con la competizione dell’attuale maggioranza di governo con Roberto Vannacci. Il messaggio che viene lanciato dal Governo, con norme così propagandistiche, è quindi un messaggio di discriminazione verso i bambini figli di immigrati. Ci domandavamo nei mesi passati come Giorgia Meloni, e soprattutto le componenti più moderate della coalizione, intendessero contrastare Futuro Nazionale. La risposta è venuta: sullo stesso terreno del partito che sposa la campagna della destra reazionaria globale per la remigrazione. Si potrebbe obiettare che questo inseguimento favorirà chi è inseguito, non chi insegue.

I danni sociali e civili di questa rincorsa e di questa campagna sono però davvero grandi, e minano le basi della convivenza civile. Ogni bambino non è mai straniero, proprio perché è bambino. E anche le ideologie nazionaliste di fronte ai bambini si dovrebbero fermare. Ma non è purtroppo più il tempo in cui questo poteva succedere. Da Gaza all’Ucraina, l’infanzia sta pagando nel mondo un prezzo altissimo alla nuova stagione di guerra e di odio.

Questi germi di intolleranza vengono ora diffusi nelle scuole: che sono spesso nel territorio gli unici presidi di socialità, di democrazia, di inclusione, di convivenza. Insegnanti e personale non docente operano, con stipendi scandalosamente bassi,  in condizioni difficili, fino alle aree in cui  la presenza criminale è forte – ed è largamente autoctona – e il tasso di abbandono scolastico è elevato. Le condizioni dell’edilizia scolastica rimangono difficili. Il cambiamento climatico costringe bambini e ragazzi, coi loro insegnanti, a lavorare con forte disagio. La grande ribellione studentesca in Francia avviene esattamente su questo terreno. E’ in gioco non un’ideologia, ma la vita delle ragazze e dei ragazzi, vittime di un gigantesco furto di futuro compiuto dalle classi dirigenti e, purtroppo, dalle generazioni adulte.

E’ totalmente mancato in questi anni un grande investimento nella scuola pubblica. E la colpa non è solo delle destre. Da anni anche i governi che hanno preceduto l’attuale hanno sostanzialmente pensato che il mercato, e una logica dell’impresa, potessero governare la scuola. Il risultato di questo liberismo nel campo dell’istruzione è il degrado. Eppure l’Italia unita, dopo il Risorgimento, cominciò a costruirsi proprio con la scuola pubblica; e dopo la Resistenza e la Costituzione la scuola della Repubblica è stata il principale fattore di giustizia sociale, aprendo la strada di una crescita culturale e di nuove speranze di vita per milioni di giovani che così trovavano la loro emancipazione.

Alla destra che rincorre posizioni discriminatorie e xenofobe, bisogna rispondere con un grande discorso coraggioso sulla scuola pubblica. Non è solo il luogo dell’apprendimento della lingua italiana, della matematica e delle scienze, e di tutte le altre materie. E’ il primo vero luogo sociale della vita dei bambini. Nel momento in cui ci si pone il problema – giustamente – di limitare o vietare l’accesso ai social ai più piccoli (e, aggiungerei, il possesso di un telefonino), bisogna reinvestire sui luoghi fisici: la scuola, gli spazi verdi e sportivi in cui liberamente giocare, gli oratori, le associazioni, lo scoutismo. Il cuore di questo investimento è la scuola pubblica. Questo è il tema da portare al centro della lunghissima campagna elettorale cominciata con la crociata contro il velo. Aumentare gli investimenti, a partire dagli stipendi degli insegnanti, arricchire di funzioni e strutture le scuole, cominciando dalle materne e dalle primarie.

La scuola aperta a tutti, come insegnava Don Lorenzo Milani, non fatta di competizione sfrenata, ma di cooperazione e di comunità: “Se si perdono – scriveva il prete di Barbiana – i ragazzi più difficili la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati.”


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