Cromostorie di fiori ingenui

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Ciò che la rende naïve è soprattutto la sua distanza dal dibattito relativo alla ricerca artistica in atto. Non ha continuità nei rapporti con critici o artisti contemporanei. Non ha una conoscenza scientifica e sistematica dell’arte contemporanea, né una cognizione tecnica professionale approfondita. Ha piuttosto degli input casuali, legati ad impressioni momentanee, a fascinazioni, a folgorazioni visive, a incontri occasionali, anche se vive in un ambiente d’eccellenza. Lavora all’Accademia d’Ungheria, si occupa di traduzioni letterarie e, in questo settore, rappresenta un pilastro d’eccellenza per suo marito Gianni Toti, nel lavoro di traduzione su autori come Sandor Petöfi, Endre Ady, Attila Jòzsef, Miklós Radnóti. Tuttavia l’artista ha consapevolezza della dimensione creativa che sta vivendo e crede fino in fondo nella validità della sua scelta, tanto che sul piano professionale ricerca un rapporto privilegiato solo con artisti naïf. È nel giro e non le interessa uscirne, tant’è che costituisce addirittura il gruppo Romanaïf. 

Nelle sue tele sceglie i temi che le stanno a cuore. Forme e modi provengono dalle sue passioni, dai suoi gusti, da interessi e suggestioni che scaturiscono dal suo mondo interiore, costruito in gran parte lontano dalla sua terra, in una Roma che, comunque, la coinvolge quasi per incanto. La sua percettività coordina le forme del pensiero artistico, così come governa l’esplorazione del mondo, ma si connette sia ai processi di conoscenza, sia alle conoscenze acquisite. Ed è su questa base che spesso rappresenta ciò che sa e non ciò che vede. Aveva lasciato l’Ungheria, poco più che ventenne, portandosi dietro un nutrito bagaglio di tradizioni e storie. Fin dai primi passi, nei suoi quadri predilige narrazioni pervase dal colore che diventa elemento peculiare: i pomi rossi dell’albero della vita e l’abito bianco del “Divin Gentiluomo”, in “Adamo ed Eva” (1980), il blu cupo del fiume in “Le streghe del Tevere / La notte di San Giovanni” (1990), l’arancio e il giallo in primo piano delle “Ragazze scalze” (1992), i bianchi di “Passi nella neve” (1980), il giallo e il rosso della “Donna con i girasoli” (1988), i bianchi dei “Panni al vento” (1991), i bruni delle facciate di “Tor di Nona” (s. d.), la gamma dei rossi de “La crocchia” (1991). Tutto si svolge in una cromosinfonia spesso animata da temi festosi, come in “Danza propiziatoria” (1989), “Danze ungheresi in piazza S. Ignazio” (1986), “Danza della vendemmia” (1991-92), ma anche in “L’ultimo giorno di Carnevale” (1980), “Fontana delle Tartarughe” (1985), “Le streghe del Tevere” (1990). A caratterizzare gli spazi: gli alberi e i fiori. Il glicine incornicia la scena delle danze ungheresi in Piazza S. Ignazio, i fiori ne circondano il palco, la lavanda invade i campi, i girasoli giganteggiano, come pure papaveri e crisantemi che sfidano il primo piano, e ancora fiori che trapuntano la campagna e le rovine dell’antica Roma: un’abbondante profusione floreale che sembra incarnare il simbolo del candore naïf. Ma può mai un fiore interpretare l’ingenuità? Il fiore, dietro la sua apparente immobilità, è là che pulsa e assolve la sua fondamentale funzione naturale. Dietro di lui si celano i segreti della natura. Endrigo, in una canzone per bambini, ma quanto mai edificante per gli adulti, cantava: «Le cose d’ogni giorno / Raccontano segreti / A chi le sa guardare / Ed ascoltare // Per fare un tavolo ci vuole il legno / Per fare il legno ci vuole l’albero / Per fare l’albero ci vuole il seme / Per fare il seme ci vuole il frutto / Per fare il frutto ci vuole il fiore / Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore / Per fare un tavolo ci vuole un fiore», e così via, fino a concludere che «Per fare tutto ci vuole un fiore». Il fiore è dunque una forza della natura che è lì a mostrarsi in tutto il suo splendore. 

Sia pure naïve convinta, Marinka, con tutta la forza di un fiore, assegna alle sue rappresentazioni un preciso ruolo controculturale, legato alla potenza dell’immaginazione. A chiare lettere afferma: «NON SONO UN’INGENUA, dico. E questa è un’ingenuità lo so. Voglio dire comunque: chi si chiama naïve non ingenuamente lo fa. È un evasore e vuole, disperatamente vuole, credere alla possibilità di un mondo naïve, magari ridotto soltanto al quadro appeso alla parete, in casa come il fiore all’occhiello. Ma io sono contro le riserve indiane, i ghettarelli, i paradisi perduti, l’archeologia del fiabesco, la favolosità, la fuga nell’esotico, la falsa candidezza… Non sono né semplice, né “rustica”, né primitiva, né credo a un ritorno impossibile nella prenatura. Credo fermamente e utopicamente alla poesia e quindi alla pittura potenziale dell’intera collettività, alla sua coraggiosa autoeducazione alla visione del possibile. Quindi niente bamboleggiamenti, niente vagheggiamenti, niente disarmamenti dell’immaginazione. Le arti non sono offensive, non sono innocenti. Sono le armi più potenti dell’uomo. Ecco io combatto. Nei miei quadri “ingenui” non c’è nostalgia di passato… Ma no. Forse nostalgia sì: nostalgia di futuro…».

E inoltre, in un’intervista del dicembre 1985 rilasciata a Domokos Moldován, fondatore del Museo degli artisti naïf ungheresi (Magyar Naiv Művészek Múzeuma), Marinka Dallos, nel sostenere di aver formulato il suo pensiero in modo del tutto spontaneo e per questo di considerarsi una pittrice naïve, dichiara di non essere «innocente e neppure incolta. L’arte naïf è anche un’ideologia, perché appartiene alle classi subordinate. Il pittore naïf conserva la visione naturale delle cose».

IL FIORE INGENUO

Le cromostorie di Marinka Dallos

a cura di Giovanni Fontana

Mostra realizzata all’interno del progetto “Visioni molteplici. Un luogo della contemporaneità artistica”, ideato dall’Associazione Gottifredo, cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, con il sostegno dell’ANCI e della Fondazione Terzo Pilastro, presentato dalla Città di Alatri. 


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