Benedetto XVI

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Anche in questo Müller e gli altri ratzingeriani di ferro sono simili al loro amato modello Benedetto XVI, alla cui qual certa cedevolezza nei riguardi di melliflui difensori della tradizione e scarsa conoscenza dell’animo umano con naturale timidezza sono da ascrivere in ultima analisi la manifesta incapacità a guidare ancora oltre la barca di Pietro, il fallimento del suo modello curiale, la debolezza nell’opporsi a un’immagine di sé quale punto di riferimento della variegata galassia di sovranisti e identitaristi cristiani come di pro life e pro family. Ne è una plastica riprova lo slogan «Il mio Papa è Benedetto» che, stampato in voluta contrapposizione all’immagine di Francesco sulle t-shirt dei Giovani Padani, fu urlato nel 2016 sul pratone di Pontida da un Salvini, allora violento fustigatore di Bergoglio, neghittoso ai suoi occhi nel «difendere la civiltà occidentale e la libertà» e pertanto bisognoso d’ascoltare «di più Ratzinger», additatogli a modello per la solerzia «nel chiarire i rischi dell’Islam come dimostra il discorso di Ratisbona»3.

In realtà, la famosa lectio magistralis, tenuta il 12 settembre 2006 nell’Aula magna dell’Università dove Ratzinger insegnò dal 1969 al 1977, è incentrata su tutt’altro argomento che, esplicitato già nel titolo Glaube, Vernunft und Universität. Erinnerungen und Reflexionen4 (Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni), nulla ha a che vedere con presunti chiarimenti sui rischi dell’Islam. Soprattutto finalizzato a evidenziare l’«urgente bisogno» di «un vero dialogo delle culture e delle religioni», il discorso si presenta nella parte iniziale quale condanna e rigetto inequivocabile del ricorso alla violenza nel diffondere qualsivoglia fede in quanto contrario alla ragione. Fu la decontestualizzazione di una pur sempre infelice citazione dell’imperatore bizantino Michele II Paleologo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava» ad alimentare distorte letture politicizzate come quella salviniana.

Ma, quel che è più grave, a provocare nel mondo islamico un’ondata di reazioni così feroci da indurre Benedetto XVI a pubblicamente manifestare, la domenica successiva, «vivo rammarico» per la situazione creatasi, a rilevare la natura meramente citazionistica delle parole di Paleologo per nulla esprimenti il suo pensiero personale, a chiarire il significato del discorso quale «invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco»5. Cosa che s’era premurato di fare già il giorno prima attraverso una dichiarazione del Segretario di Stato, in cui si ribadiva come «la posizione del Papa sull’Islam» fosse «inequivocabilmente quella espressa dal documento conciliare Nostra aetate» e parimenti tale «la sua opzione in favore del dialogo interreligioso e interculturale»6.

D’altra parte, è proprio nell’opera e nel magistero di dialogo con le altre religioni, a partire da Ebraismo e Islam, e confessioni cristiane che maggiormente s’evidenzia la piena conformità di Ratzinger allo spirito del Vaticano II così come espresso nella Nostra aetate e nell’Unitatis Redintegratio. Se n’è avuta una riprova nei messaggi e dichiarazioni d’apprezzamento, che rappresentanti dei due grandi credo monoteisti, dell’ortodossia, delle comunità riformate hanno diffuso o rilasciato in occasione della morte di Benedetto XVI. 

Di particolare rilievo soprattutto lo splendido discorso, che Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli (riconosciuto detentore d’un primato d’onore sulle altre Chiese ortodosse e per questo insignito del titolo d’ecumenico), ha tenuto sabato 7 gennaio nella cattedrale cattolica d’Istanbul, ricordato la personale e consolidata conoscenza, risalente a ben prima dell’elezione di Ratzinger a vescovo di Roma, la reciproca e fruttuosa collaborazione nei quasi otto anni di pontificato, il fondamentale contributo del papa tedesco alla promozione del dialogo tra la Chiesa cattolica romana e quella ortodossa, il mantenimento di rispettosi e amicali rapporti anche dopo la di lui rinuncia al ministero petrino. Bartolomeo I ha fra l’altro rilevato come Benedetto XVI, durante il suo viaggio apostolico in Turchia (28 novembre – 1 dicembre 2006) avesse visitato ufficialmente il Fanar, sede del Patriarcato ecumenico, e sottoscritto nella Sala del Trono, insieme con lui, una storica Dichiarazione comune. Particolare emozione, poi, nel rammentare l’invito dell’allora pontefice a tenere il 18 ottobre 2008, nella Cappella Sistina, un discorso ufficiale sulla Parola di Dio ai cardinali, presuli, sacerdoti, fedeli partecipanti alla XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi7.

Eppure, la capacità di dialogo con le altre religioni e confessioni cristiane, la disponibilità all’ascolto, la sterminata cultura, il tratto gentile non sono bastati a far veramente amare dalle masse Joseph Ratzinger, reso inviso alla pubblica opinione e additato quale restauratore preconciliare per la ben nota rigidità in tema di principi dottrinari. A nuocergli indubbiamente quel suo ritenersi custode unico della sana dottrina, l’ossessione per il relativismo ravvisato quale origine di tutti i mali presenti, i martellanti insegnamenti dannatori in materia di morale sessuale, la valutazione dell’attuale collasso morale e del dilagare della pedofilia quale conseguenza del ’68 così come espressa negli “appunti” apparsi nel 2019 sul periodico bavarese Klerusblatt8. Aspetti tutti, che rispondono in ultima analisi a una visione impaurita della contemporaneità. 

Di Benedetto XVI resta ora il ricordo. Ma a fronte di tante ultime analisi e discettazioni sarebbe forse da leggere la sintesi della vita e del ministero di Joseph Ratzinger così come delineata dal Rogito9, che, stilato in elegante latino e inserito in un cilindro metallico, è stato posto il 4 gennaio nella bara di cipresso insieme con i palli e le medaglie e monete coniate durante il suo pontificato. Al di là dei dati biografici, particolarmente significativi i riferimenti – oltre a quelli relativi alla promozione del dialogo ecumenico e interreligioso e al processo di ricomposizione dello scisma lefebvriano – alla lotta nel contrasto agli abusi su minori e persone vulnerabili («clericorum crimina contra minores seu vulnerabiles firmiter oppugnavit»), all’ampia produzione teologica, che ne costituisce il più ampio lascito («theologus probatae auctoritatis, insigne patrimonium studiorum pervestigationumque de praecipuis institutis fidei reliquit»). Certo, si tratta pur sempre d’un testo appartenente al genere funebre-laudatorio. Ma le coordinate tracciate sono tali da indicare quali aspetti si dovranno soprattutto approfondire in futuro, per comprendere meglio la complessa personalità di un uomo, un teologo, un papa, che ha segnato la storia degli ultimi decenni.

1 Cfr. Benedictus XVI, Declaratio Summi Pontificis de muneris Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri abdicatione, in “Acta Apostolicae Sedis” 105 (2013) 239-240.
2 A balzare subito agli occhi fu soprattutto l’erronea concordanza di ministerio col successivo commissum nella formula di rinuncia (poi emendata al pari di altre due inesattezze nel testo a stampa, i cui estremi bibliografici sono stati indicati supra, nota 1). Lo rilevava già all’epoca Luciano Canfora, scrivendo: «Solide attestazioni di epoca classica, da Quintiliano a Plinio, sorreggono la frase più importante di tutto il testo e cioè: “declaro me ministerio renuntiare” (“dichiaro di rinunciare al mio ruolo di Papa”). Peccato però che, per una svista imputabile a qualche collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio, proprio nella frase cruciale sia stata inferta una ferita alla sintassi latina, visto che al dativo ministerio viene collegato l’intollerabile accusativo commissum (“incombenza affidatami”). Avrebbe dovuto esserci, per necessaria concordanza, il dativo commisso» (Un esempio di latino moderno, in “Corriere della Sera”, 12 febbraio 2013, p. 17). Il video della Declaratio è facilmente visionabile su numerosi canali di “YouTube”, come, ad esempio, quello di “TG2000” della Conferenza episcopale italiana.
3 Cfr. F. Lepore, L(ega)GBT. Le buone intenzioni del pastorinho Salvini sulla legge Zan non sono credibili, in “Linkiesta.it”, 12 luglio 2021.
4 Benedictus XVI, Allocutio, in “Acta Apostolicae Sedis” 98 (2006) 728-739.
5 Benedictus XVI, Angelus (17 settembre 2006), in “Insegnamenti di Benedetto XVI”, II/2, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, p. 303.
6 Dichiarazione dell’Em.mo Card. Tarcisio Bertone Segretario di Stato, in “L’Osservatore Romano”, 17 settembre 2006, p. 1.
7 Cfr. F. Lepore, Ritratto inedito. Il sentito elogio del patriarca ecumenico di Costantinopoli a Benedetto XVI (e la condanna alla follia di Putin), in “Linkiesta.it”, 9 gennaio 2023.
8 Papst em. Benedikt XVI, Die Kirche und der Skandal des sexuellen Mißbrauchs, in “Klerusblatt”, 4/2019, pp. 75-81. Il testo è stato riedito in italiano come capitolo quinto del libro postumo dello stesso Benedetto XVI, Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale, a cura di E. Guerriero e G. Gänswein, Mondadori, Milano 2023, in libreria dal 20 gennaio.


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