Il fiocco in testa

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1
Purificate restammo voci senza eco, restammo. A graffiare gli intonaci
spergiuri nella notte, mute. Editammo sezioni auree barando. Conchiglie
primordiali. Col fiocco in testa solcavo il sole nella piazza del sole vibrarono le
sonagliere …………………………dei muli.
Ancora sale caparbio il segno, declina la presenza del dio, pagine
inclini al ginocchio dove il passo è muto, tenerezza del tempo annodato sugli
esiti resistere al silenzio magari sotto falsa identità marcare il grembo della
maschera stratificarne il vuoto. Persistenza del ritmo questa agonia
permanente egemonia del pretesto stratificammo il vuoto persistendo nel
ritmo……………………………………………. Persistendo.

2.
Ancora metto a solco parole tra la cosa e il pensiero. Il suo di pensiero, dico, della
cosa quando la parola avviene nel grido stretto della fronte e il cerchio è un
oscuro riferimento e il nulla è così nudo da prenderlo per mano e la voce anche
solo pensata lo stana. Ancora il broncio dell’enigma dileggia e deride se
l’incompiutezza si attarda nella fessura stretta dove la parola si difende inconsapevole.
Ancora. Lo spostamento libera il senso investiga testardo proprio lì dove
muto, mu, il buio si finge nulla e si ritrae, e. Ancora passiona di sé la parola e
accartoccia la pagina straniata e altrove la intelaia d’incontenibile effrazione come se
il mare egli medesimo non fosse e il muro e le vene e gli strappi di questo
insostenibile paesaggio.Come la verità seduce il suo contrario. Come se. Come se
la voce prigioniera della bocca e il segno della mano gonfiasse a
sgretolarsi tra…………………………………………………. …i denti e le unghie.

3
Ora si allinea in particelle simmetriche di libero arbitrio e scivola su tutti i
percorsi di senso e si schiuma l’indicibile mu. Lo intriga e lo attraversa e gli
appartiene come la mano al braccio e il braccio al corpo. Ressa della testa che si
cosparge di cenere perdurare della macchia nell’occhio…………… La disfatta.
Ancora soffio tra la fronte e l’arco. Ancora ignoro l’orizzonte tengo
d’occhio la cruna del senso la parola che a pelle sbatte prima che all’orecchio e
tiranneggio l’ostinato segno. Ora spio la cima Le plateau rosa, ironiato di neve
anche d’agosto lancia sfide. Io mi sto annicchiata a Le niege d’antan in dormienza
in agguato salirà la voce dal cuore della terra frantumerà i ghiacci inappagata. A
sospettare altro……………………………….. Io in agguato.

4
Sale dall’abisso la violazione il tempo è pietra, nasce in variazioni sul tema stretta tra
filari di esitazioni. Sensi imprigionati inglobano schemi esitano scale dodecafoniche si
ritraggono. E lì che il vento sbrana e a volte si abbatte. È lì. Sette volte sette gli
slittamenti dell’esistere. Rari i silenzi limpidi decidono i frantumi. Ci siamo persi sette
volte e sette. La storia ha di questi copioni. Sale il segno a sguscio si espande in
chiarezza e si dilegua a pochi è tra le mani. Teorie mute alzano i pugni alle
stelle dove le nebulose assetano deflagrazioni. Ogni spostamento infetta altre cesure
celebra la botta della voce si intrattiene a cadenza binaria tra pelle e orecchio.
Lo precede………………………………………. Si ingloba al corpo.

5
Sali dalla pietra in attesa di essere detta. Smantelli un muro a secco. La tua eternità
degradabile a tempo determinato. Cedi alla sfida. Questo ci chiede chissà chi. La
parola porta in bocca arcobaleni stiamo sognando. Ancora estremi ci consegniamo all’enigma.
Dove l’essere si ambigua, le superfici si affollano fragili innumerevoli sbattono ai muri
seminati di pane e niente flettono arabeschi inconsistenti deflagrano in
virtù accidentate vivono, burlesque, le verità mediatiche ingozzano folle sagge
senza spasmi. Ci dimidiano. Il dio delle cose spergiuro sputa sulla nostra ombra. Ci siamo
persi. La mia zona franca deborda in due fonemi c’est à dire due sperimetrati respiri,
io e sé. Cantavo sottovento in fuga. Il fiocco in testa non si conosceva deciduo. I
muli squassavano le sonagliere. Disegnavano la ………………. biografia della piazza.

6.
Sottopelle avviene muto lo schianto del senso trama l’ordine riconduce en abîme le
tracce delle mappe ricamate nei secoli contenutezza della predizione. Le silence. L’avessi
visto rifratto dentro le giunture delle falangi negli antefatti della contrazione nelle fessure della
notte, infernale senza un per sempre il punto di fuga. Sottopelle allaga ogni fibra convoca
un’orchestra, è il corpo che ascolta, come un fiume diluisce il tempo. Lo parla. Mette lamine di
primavere seduce gli inverni spartisce il mare dove il fiocco di seta ha chiuso la corsa.
Smuove la prospettiva………………………………… Era bianco.

7.
Ferite ignorate corrodono vite sporcano l’innocenza circoncidono. Il tempo
stravagante nel cono d’ombra trasforma la primavera sbrana gli amori si deforma e
sempre le occorrenze hanno una ragione giace negli acquitrini la forza si declina in agguato per
questo presente malato ma i gigli pronti a marcire hanno odore e profumano e hanno odore e
stringono i gialli pistilli in bene e male contestuali. Bene e male. È ancora qui la rivolta e tu
bocciòlo col fiocco in testa corri nella piazza e ridi nel bagno di sole in fuga dal cono d’ombra. In
fuga. Necessario il dileggio bianco dei petali bianchi poiché il tempo è tutto dentro la carne e la
trasmuta e l’accarezza e ne accompagna la disfatta. Oltre il tempo la stanza che lo pensa e lo
contiene perso nel suo contrario. Lo contiene appunto. ………………………Contrario.

9.
Ascolto. Le voci parlano il mondo e lo mettono. Al mondo. Vi configgono lastre di
cristallo. Muto misterioso mistico imparlabile. Il silenzio. Potessi ripensarla questa
deflagrazione degli eccessi minimarla la vita silenziarla. Pietra lavica sfaldata in figure
notturne sale deforme la voce deflagra sul ciglio dell’orizzonte dove il mare è mare e tu bambola
nuda al collo del gigante fendi il pelo dell’acqua hai la voce onnipotente. Hai la voce e
ridi senza parole. Poi cobalti inappagati e silenzio. Brillavano fessure di parole e tu bambola nuda
onnipotente …………………………………………………al collo del gigante.

10
Nessuno condivide il gesto. Lui accompagna mano e voce. Nessuno circoscrive il
moto dello sfondo. Lui per sé vive. Abbiamo stupefatto gli orizzonti. Stanno
attoniti occhieggiano l’azzardo dove lo spazio agglomera pretesti sopravvivono. Simmetria
delle corde vocali dove il fonema si ammortizza si schianta nella parola e vibra. Lui per sé vive.
Abbiamo devastato i limiti gli alberi la collina il muro a secco ascoltiamo la giga delle
vene esuli a tutto. Inafferrati. Le patrie hanno di queste stravaganze tappe di fame i ruoli nelle
mappe. E tu pupazza in fuga fuori dal sole in piazza. Nessuno circoscrive il gesto ammortizza lo
sfondo. …………………………………………………………… Lui per sé vive.

11
Sleepless la spirale che sale insonne da una terra tenera seduce il buio lastrica lo
stomaco di vibrazioni scacco matto al sogno lo adesca si adagia allo zigomo alto che la
ascolta, è suono, è voce prima di ogni tremore e mi abita sillaba per sillaba mi
cammina a fianco. Insieme abbiamo deriso reperti e tu bianca col fiocco bianco
in testa oltraggiavi lo ziro dell’olio con la cenere e i pomodori rossi dell’orto. Sleepless
taglia il ritmo la spirale del tenero. La mia pelle a chiazze a pois lo vibra è
voce prima di ………….…… ogni bianco.

12
Punto reciproco alla fuga ha il segno in bocca di ogni prospettiva sveste dove la
voce affronta innumerevoli nascite dopo ogni conta chiede al mare lo spostamento dell’ottica il
gioiello dove il lobo non è più se stesso. Avviene prima, condensa un trasalire ovattato,
slimitare un luogo dove ogni luce si arretra fuga incurante di ogni punto necessaria all’ombra
contro ogni nome prolungamento delle mani velature di visioni presagite e già distanti. Superfici
di suoni, eri col fiocco bianco eri bianca eri vera prima di ogni alba prima di
ogni……………………………………………………………… aurora.

Appendice improbabile dedicata alla parola poetica

Diglielo che le ombre radono progressive i bagagli nelle stazioni, che le sirene
piangono a bocca sprangata, che gli stendardi stanno sbilenghi irridendoci,

diglielo che esorbitanti parole anelano ai miei zigomi, che gli angeli hanno lo
spavento degli animali in trappola che la rarefazione ci bracca ormai in disuso,

diglielo coi nomi delle cose coi soprammobili inebetiti sugli altari con le fontane che gocciano
sangue con le giornate che rammendano tempi stracciati con questa specie di baci sulla bocca,

diglielo ai fachiri che smadonnano sui carboni ardenti alle collane di ghiande tra un orecchio e
l’altro ai tratturi che si torcono sotto i passi dei fantasmi ai tabernacoli vacanti alle periferie dei

sopravvissuti ai confini sviolinati delle bandiere ai colori tumefatti dei vivi alle
gelosie dei morti ai gelsomini di Garcia Lorca al loro tenero bianco,

diglielo al vento che si stacca come un poema alla bocca delle pietre alla metropoli
tumefatta ai lampioni strabici del cosiddetto paradiso perduto ai flauti

avvelenati ai rosari perduti al calendario livido che assiepa giorni e paure al delirio
tumefatto dei giardini, diglielo alle case stravolte di frontiera alle donne di sangue

alla voce del bambino torturato di Siria che minaccia di dirlo a Dio.


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