Il gigante buono? La nuova sede di JPMorgan Chase a New York

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Lo hanno ribattezzato così: il “gigante buono”.
È alto 423 metri per 60 piani il quartier generale della più potente banca d’affari al mondo, costo 3 miliardi di dollari.
Inaugurata lo scorso 8 novembre al 270 di Park Avenue, Manhattan, la sua forma stringe verso la sommità, ma di notte è proprio questo cubo, più stretto del resto sottostante, a risultare il più abbagliante.
Succede grazie a Celestial Passage, un’opera d’arte di Leo Villareal basata sulla luce, che trasforma lo skyline della città utilizzando onde di luce monocromatica che cambiano delicatamente.

Non è un caso: progettato da Norman Foster + Partners, l’intero edificio è alimentato per intero da energia elettrica, proveniente da una centrale idroelettrica dello Stato di New York.
Opera dunque a emissioni nette pari a zero; la gestione dei materiali da costruzione utilizzati in cantiere prevedeva, per il 97%, il riutilizzo dell’edificio presente in precedenza.
Il 270 di Park Avenue è insomma un dispositivo urbano da leggere su più registri: urbano, tecnologico e simbolico.

Foster, tra i più celebri architetti del XX e XXI secolo, insomma, avrebbe provato a incrociare due esigenze parallele: fare di questa stupefacente cassaforte color bronzo il simbolo del potere finanziario e, al tempo stesso, restituire qualità urbana e accessibilità pubblica all’area su cui sorge. Così almeno sono state comunicate le intenzioni, tanto dal committente quanto da chi ha realizzato questo “luogo di lavoro del futuro progettato per l’oggi”.
Però (perché un però sorge spontaneo) le parallele sono – secondo la più classica delle definizioni – due rette complanari che non si incontrano mai.
Foster ha dunque realizzato l’inimmaginabile? Il nuovo “gigante buono” di Manhattan è miracolo senza precedenti?

Veduta esterna della base dell’edificio al  270 di Park Avenue @JPMorgan

Proviamo a capire meglio. Progettato per ospitare 10.000 dipendenti e migliaia di ospiti giornalieri, l’edificio offre 250.000 metri quadrati di spazi di lavoro flessibili, tecnologie intelligenti e infrastrutture avanzate.
L’interno è dotato di un’illuminazione pacificante programmata per supportare il ritmo circadiano (intensità e colori variabili in funzione dell’orario); ventilazione e filtrazione sono superiori agli standard normativi, per favorire una quantità doppia di aria fresca rispetto a quanto previsto dai codici edilizi; i materiali a bassa emissione contribuiscono al benessere degli occupanti.

L’intera struttura si regge su colonne radiali e controventature triangolari: una scelta tanto funzionale quanto estetica. Come è classico nei progetti di Foster, la struttura è l’architettura stessa.
Questi mastodontici supporti sollevano l’edificio di circa 24 metri dalla strada. Il sollevamento crea una leggerezza visiva e libera uno spazio “a terra” di quasi 1.000 metri quadrati, cosa che ha consentito marciapiedi più ampi di quelli precedenti e potrebbe in futuro ospitare spazi verdi e arte pubblica, come l’installazione di Maya Lin (A Parallel Nature), ora disposta sulla piazza che si affaccia su Madison Avenue.

Veduta della hall d’ingresso con le opere di Gerard Richter che inquadrano la bandiera americana al centro @JPMorgan

La presenza di altre sontuose opere d’arte dislocate ai vari piani dell’edificio non lascia dubbi: l’arte, in questo spazio, è utilizzata come esibizione del soft power aziendale.

Nel gigantesco atrio d’ingresso, i giganteschi Color Chase One e Color Chase Two di Gerhard Richter inquadrano un altro pennone, dove la bandiera americana, alimentata da un ventilatore, sventola incessantemente. Nel corridoio destinato agli ascensori, due (altrettanto giganteschi) schermi proiettano lavori AI-driven di Refik Anadol, che si rinnovano senza sosta.

Jamie Dimon, Presidente e Amministratore Delegato di JPMorgan Chase, nella comunicazione di presentazione del progetto si è espresso così:

“Da oltre 225 anni, JPMorgan Chase è profondamente radicata a New York City. L’apertura della nostra nuova sede centrale globale non è solo un investimento significativo a New York, ma anche una testimonianza del nostro impegno nei confronti dei nostri clienti e dipendenti in tutto il mondo. Creando ambienti di livello mondiale in cui i nostri dipendenti possano prosperare, stiamo rafforzando la nostra capacità di servire i nostri clienti e le comunità, a livello locale e globale, per le generazioni future.”

Quanto all’apertura verso la comunità cittadina, sottolineata nelle comunicazioni tanto di JPMorgan quanto di Norman Foster + Partners, posso solo riportare una piccola esperienza personale.
Una volta raggiunto il 270 di Park Avenue e inforcata, con la mia signora al fianco, l’ampia scalinata di accesso alla torre, siamo stati “dinamicamente” intercettati dalla sicurezza.
Fortunatamente, chi ci attendeva all’interno si è palesato per fare da garante.
Una volta superata la porta girevole, gli agenti di sicurezza si sono rivelati di genere diverso: gentili, rassicuranti, persino “divertenti”.

Raggiunti gli ascensori e superati i primi 12 piani, siamo stati poi accolti dalla food hall (soprannominata “The Exchange”), disposta dal 13° al 16° per un totale di 19 ristoranti per ogni genere di cucina: tradizionale, etnica o vegana.
Com’è il cibo? Decisamente migliore di quello fornito da un baracchino di hot dog: nessun odore avvertibile.

Non dimentichiamo le terrazze disposte a vari livelli per offrire spazi all’aperto con vista su New York.
Sono infine stati previsti l’immancabile centro benessere con (gigantesca) palestra aperta giorno e notte, accessibile a tutti i dipendenti, oltre a spazi per meditazione, studio e aree di relax.
Della città là fuori non resta che un ricordo, nemmeno tanto gradevole.

Tutto “wow!”, ma la geometria euclidea non è stata smentita: le rette (quella simbolica e quella sociale) restano parallele, non si incontrano né qui né all’infinito.
Il soft power e le comunicazioni corporate, insomma, non devono farci perdere di vista l’evidente.
Restiamo lucidi: chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.


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