13 Lug Goffredo Fofi, l’intellettuale inquieto dalla parte degli ultimi
di Nadia Cavalera
“Son nato scemo e morirò cretino”, diceva con ostinata ironia Goffredo Fofi, ma era una
maschera. Dietro a quella battuta si nascondeva una delle figure più inafferrabili, coerenti
e radicali della cultura italiana del secondo Novecento. Un cane sciolto, sì, ma con il fiuto
infallibile per le ingiustizie, la fame, l’emarginazione. E per le intelligenze libere. Aveva un
talento raro: disertava i salotti e costruiva comunità. Diffidava degli intellettuali che amano
sentirsi dire di avere ragione; lui preferiva trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto,
là dove le contraddizioni sociali ribollivano, dove la parola diventava azione.
Figlio di un artigiano socialista, cresciuto nella Gubbio ferita dalla guerra e dalla miseria,
Fofi approdò giovanissimo in Sicilia per affiancare Danilo Dolci nella lotta nonviolenta
contro la mafia e l’abbandono. Lì, tra bambini denutriti e disoccupati disperati, trovò la sua
prima patria morale. Da quel momento, non smise più di “stare dentro” le faglie della
storia: Torino, Parigi, Napoli, Roma, ovunque ci fosse da portare la cultura nel fango e
tirarne fuori un po’ di giustizia. Non leggeva la società da una cattedra, ma dalla strada,
dal cinema popolare, dalle aule scolastiche improvvisate, dai volti dei migranti in fabbrica.
Fofi non cercava consenso, cercava verità. Una verità mai neutra, sempre parziale, presa
di petto. A Torino, con il suo L’immigrazione meridionale, osò denunciare il sistema-Fiat
quando ancora nessuno lo faceva: provocò una spaccatura nell’Einaudi e finì pubblicato
da Feltrinelli. A Napoli cofondò la Mensa dei bambini proletari, aggregando militanti,
scrittori, mamme, cuochi, e figure come Elsa Morante, in una concreta alleanza per la
sopravvivenza.
Aveva il passo lungo dell’instancabile, la testa piena di libri e la casa sempre aperta: lì si
mescolavano l’esordiente sconosciuto e il regista premiato, il migrante e l’editore. Non
contavano le carriere, contavano le idee, purché scomode. Per lui, la cultura non era
intrattenimento, era un’arma di liberazione. Ogni suo articolo era un gesto politico. Ogni
rivista fondata – dai Quaderni Piacentini a Lo Straniero fino a Gli Asini – un atto di
insubordinazione al conformismo culturale e partitico.
Eppure, il suo spirito libertario non sfociò mai in solipsismo. Non amava l’individualismo:
credeva nel lavoro collettivo, nell’urgenza di agire insieme, ma fuori dai dogmi. Guardava
con sospetto l’apparato comunista, pur riconoscendone, spesso, la tensione sociale. In
questo, il giudizio tagliente di Edoardo Sanguineti fu illuminante: riconobbe a Fofi la forza
dell’impegno e la lucidità dello sguardo sulle classi subalterne, ma ne criticò la difficoltà a
prendere le distanze dai limiti ideologici del PCI. Il punto non era la disobbedienza sterile,
ma la libertà di pensiero.
Fofi sapeva fare le pulci al potere, anche quando si presentava sotto la maschera della
sinistra. Non si fidava delle parole facili: preferiva l’azione lenta, ostinata, artigianale.
Aveva un’etica “minore”, da soldato dell’alfabeto.
Si può dire che la sua vera coerenza stava nell’insofferenza per le strutture.
Non stava mai fermo, né dentro alcun recinto: né accademico, né ideologico, né estetico. Critico cinematografico tra i più acuti, ha restituito a Totò lo spessore che i suoi contemporanei gli avevano negato, ha dialogato con figure come Franca Faldini, Monicelli,
Brando. E ha saputo anticipare e sostenere voci come quelle di Alice Rohrwacher,
Alessandro Leogrande, Alessandro Baricco, Roberto Saviano, Nicola Lagioia. Non per strategia, ma per
istinto: sapeva riconoscere il fuoco dove altri vedevano cenere.
La sua era una minoranza attiva, una vocazione, come ammise nel dialogo con Oreste
Pivetta. Il suo modello non era il profeta, ma l’ostinato: Capitini, Camus, Dolci, figure
irregolari, tutte accomunate da una parola semplice e potente: “Non accetto”. Non accetto
l’ingiustizia, la semplificazione, il disimpegno, la resa.
Goffredo Fofi è morto l’11 luglio 2025, ma ha lasciato in eredità un metodo: rompere gli
schemi, mescolare le carte, cercare nella cultura popolare l’intelligenza collettiva, e nella
cultura “alta” la responsabilità di fare da specchio alla società. Non voleva essere
celebrato, ma seguito. E magari anche smentito. Purché da chi abbia avuto il coraggio,
almeno una volta, di sporcarsi le mani.
Oggi che l’intellettuale rischia di ridursi a influencer o nota a piè di pagina, la sua figura
resta come un’eccezione irripetibile: non riconciliato, come avrebbe detto lui stesso. E
profondamente, irriducibilmente, umano. Della migliore specie.
(foto Centro Studi Pier Paolo Pasolini)