Il lavoro nell’era degli algoritmi: sindacato o solitudine?

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La velocità con la quale sono state introdotte e applicate nuove tecnologie al mondo del lavoro ha ridotto le riflessioni e il dibattito ad analisi dell’accaduto, privando nella fase di start-up la riflessione di una visione non vincolata rispetto alle opportunità e alle implicazioni etico-sociali che tali modelli rovesciano nel sistema. Analisi resa ancor più complessa in ragione di un innesto che avviene dentro cornici semantico-produttive già date, senza il bisogno di generarne di nuove. Proprio alla luce di questa considerazione, nel nostro agire sindacale ci siamo spesso domandati se si trattasse veramente di una rivoluzione o piuttosto di un accomodamento rigido su scale di produzione di derivazione taylorista, animate dall’ideologia tuttora imperante del neoliberismo. Tanto da renderci convinti di trovarci di fronte a una falsa modernità, i cui vantaggi non erano destinati all’uomo, bensì all’autoalimentazione di un sistema di cui il consumatore è spesso l’ignaro carburante. Un sistema le cui finalità superano la rigida coerenza della ricerca del profitto per spingersi, in alcuni casi, verso l’obiettivo del controllo generalizzato.

Questa sorta di upgrade in chiave neoliberista era già rintracciabile nei ragionamenti del professor Alain Supiot, quando affermava che i prodromi di questa deriva potessero essere in qualche modo legati alla separazione avvenuta nel corso della prima rivoluzione industriale, quando si sancì la scissione tra lavoro prestato e prodotto ultimo di tale attività, riducendo il lavoratore a “mercante di sé stesso”. Una logica dentro la quale la contrattazione ha agito da strumento equilibratore tra i diversi interessi in gioco: la difesa del profitto da un lato e la tenuta occupazionale dall’altro. Uno iato potente che ha trovato ulteriore linfa nel passaggio dalla produzione di massa alla globalizzazione e terziarizzazione dell’economia, dalla finanziarizzazione degli interessi d’impresa fino alla schiavitù del clic, carburante spesso inconsapevole del sistema. Una condizione in cui il lavoratore ridiventa, nella migliore delle ipotesi, ingranaggio, se non addirittura parossistico imprenditore di sé stesso, nei limiti dei comandi e dei controlli impersonali imposti da un algoritmo.

L’affermazione di nuovi paradigmi che stanno rimettendo in discussione questa impostazione, tra resistenze e nuovi palcoscenici geopolitici, nel nome della sostenibilità, non ha ancora raggiunto un grado di pervasività e accettazione tale da permettere l’estensione di una certa consistenza giuridica anche in realtà lavorative c.d. di frontiera. Pur non sottovalutando il rischio di una progressiva accentuazione di un sistema del lavoro fortemente polarizzato, in cui verso il basso si dissolve il concetto di subordinazione, queste nuove traiettorie di sviluppo possono rappresentare le impalcature dalle quali ricostruire un nuovo rapporto di senso che leghi il lavoro alla produzione e al capitale. Un rapporto dal quale prevalga un concetto di impresa di olivettiana memoria quale luogo “in cui non solo si organizza e si reclama il reddito, ma si elaborino valori funzionali allo sviluppo del lavoro umano”, dove, quindi, “si fa cultura e accumulazione di conoscenza” (Vitale 2014).

Nel corso degli ultimi anni – in modo particolarmente intenso durante il drammatico periodo del lockdown – la Cisl Trasporti del Lazio si è cimentata con la rappresentanza dei lavoratori dipendenti da piattaforme: rider, driver, dipendenti diretti degli stabilimenti Amazon. Questi ultimi ci hanno talvolta raggiunto, negli anni passati, per lamentare condizioni di lavoro non sostenibili, ma poi, impauriti, retrocedevano. Ogni tentativo di interlocuzione che avanzavamo con il colosso di Seattle veniva bruscamente interrotto in partenza: tutto era deciso e calcolato da un algoritmo elaborato a Barcellona. Il presupposto implicito era che all’algoritmo non si potesse rispondere.

Abbiamo approcciato i nuovi lavoratori digitali con un mix di “vecchio e nuovo”, riproponendo antichi metodi e valori appartenenti agli albori del sindacato, insieme a nuove intuizioni e metodi adeguati agli attuali tempi dell’innovazione tecnologica. La Cisl ha la fortuna di avere tra i suoi padri fondatori Mario Romani e Giulio Pastore, che, richiamandosi all’economia del lavoro di Selig Perlman e alla “Scuola del Wisconsin” fondata agli inizi del Novecento, hanno sempre sottolineato l’importanza e la centralità della contrattazione collettiva come valore fondante. Valore fondante che – sembra scontato dirlo, ma non lo è – deve in prima e ultima istanza migliorare le condizioni dei lavoratori, senza porsi diversi bersagli e obiettivi.

Facendo ricorso alle nostre antiche radici, abbiamo dunque affrontato un problema nuovo, quello di dipendenti e persone che hanno a che fare con una nuova solitudine: quella di chi interagisce con gli algoritmi, dietro cui si celano sempre persone. La nostra azione si è orientata secondo tre direttrici: le condizioni di lavoro dei dipendenti Amazon, dei rider e dei driver.

Siamo partiti dalla rappresentanza dei lavoratori Amazon: con l’obiettivo di raggiungere i lavoratori e indurli, attraverso l’unione, a superare la paura di affrontare l’azienda, nel 2019 abbiamo noleggiato un furgone, su cui abbiamo affisso la scritta “Pronto intervento diritti dei lavoratori”. Ci siamo diretti verso lo stabilimento di Passo Corese e abbiamo preteso di entrare: da mesi ci veniva ripetuto che non potevamo varcare una ‘proprietà privata’, ma i dipendenti diretti dello stabilimento erano all’epoca almeno 1.500 e abbiamo ritenuto necessario e prioritario che potessero essere raggiunti da un’associazione sindacale. Questa iniziativa è stata fondamentale per rompere il ghiaccio con i lavoratori: da quel momento, passo dopo passo, abbiamo costruito una rete di fiducia con le persone, rivisitando metodi antichissimi, come le ‘cene carbonare’ che i sindacalisti dell’Ottocento imbastivano per legare con i lavoratori. Nel giro di pochi anni siamo passati da zero iscritti a più di 250. Questo percorso è passato anche attraverso un momento di aspro conflitto, che in alcuni casi è inevitabile. Amazon rifiutava di riconoscere la nomina di un nostro Rsa e abbiamo deciso di avanzare un ricorso ex articolo 28 per comportamento antisindacale: insieme al nostro avvocato, di fronte a un nutritissimo staff di legali di Amazon, ci siamo sentiti come Davide contro Golia. Il tribunale di Rieti ci ha dato ragione e la stampa ha scritto che stavolta è stato il sindacato a consegnare un pacco amaro al colosso di Seattle.

Nell’esperienza Amazon, così come in quella dei rider e dei driver, ci siamo presto resi conto che non potevamo essere solo inclusivi, perché eravamo di fronte a qualcosa di inedito che avevamo il dovere di conoscere. Dovevamo essere riconosciuti. Acquisire il linguaggio dei lavoratori.

Per quanto riguarda la rappresentanza dei rider e dei driver, abbiamo individuato la mancanza di luoghi di socializzazione per questa categoria di lavoratori. Nel 2020 abbiamo invitato queste persone al cinema per vedere il film Sorry, We Missed You di Ken Loach: una parabola sulle criticità di un padre di famiglia che decide di fare il corriere e si ritrova a fare i propri bisogni in una bottiglia per rispettare ritmi di lavoro insostenibili. In quell’occasione i lavoratori hanno confermato che purtroppo non si trattava di una semplice finzione cinematografica: anche nel 2020, in Italia, c’erano lavoratori costretti a fare i bisogni in un recipiente di plastica.

Abbiamo dunque deciso di rilevare un negozio su strada, che purtroppo è fallito a causa della pandemia, situato proprio sotto alla nostra sede sindacale. È nata così la Stazione Lavoro, un rifugio urbano per persone che, data la natura della loro occupazione, faticano a compiere le azioni più semplici, quali andare al bagno o ricaricare il telefono. Ci siamo ispirati alle antiche stazioni di posta di un tempo e abbiamo fatto in modo che lo spazio diventasse un luogo comune di socializzazione: ogni anno, per fare un esempio, mangiamo un panettone insieme ai rider. Siamo infatti convinti del fatto che, come sosteneva il nostro fondatore Giulio Pastore, “non si tratta di andare incontro ai lavoratori, ma di vivere in mezzo ad essi”. Anche in questo caso abbiamo riproposto un’antica ricetta: lo stare insieme. I primi rider e driver che abbiamo conosciuto – Elio, Fressy, Giuseppe – hanno spesso lamentato, infatti, un grande senso di solitudine. La Stazione Lavoro è comparsa anche nella trasmissione Rebus di Corrado Augias, come esempio di sindacato di prossimità e luogo di ripartenza per chi cerca nuove possibilità.

Due sono oggi gli elementi di successo che sanciscono le piste di lavoro sulle quali cammina la nostra azione contrattuale: l’accordo integrativo aziendale siglato il 29 marzo 2021 con Just Eat, che si risolve nell’inquadramento dei rider come lavoratori subordinati rientranti nell’egida del Ccnl Logistica, Trasporto Merci e Spedizione; la direttiva europea per i lavoratori delle piattaforme, che riconosce questi ultimi come dipendenti di una piattaforma digitale (e non lavoratori autonomi) se il loro rapporto di lavoro soddisfa almeno due dei cinque indicatori stabiliti nel testo:

  1. limiti massimi applicabili alla retribuzione che i lavoratori possono percepire,
  2. supervisione dell’esecuzione del loro lavoro, anche con mezzi elettronici,
  3. controllo della distribuzione o dell’assegnazione dei compiti,
  4. controllo delle condizioni di lavoro e limitazioni alla scelta dell’orario di lavoro,
  5. limitazioni alla libertà di organizzare il proprio lavoro e regole in materia di aspetto esteriore o comportamento.

Le conclusioni che traiamo dal nostro vissuto sulla rappresentanza di queste tre dimensioni del lavoro digitale riguardano la ‘falsa modernità’ del lavoro nell’epoca dell’innovazione tecnologica: troviamo che non ci sia nulla di futuristico nello sfuggire alle istituzioni salariali e ai diritti dei lavoratori.

Richiamandoci ancora una volta a Selig Perlman, ribadiamo che è proprio la contrattazione, a nostro avviso, il luogo in cui trovano una sintesi virtuosa due opposte ideologie: quella produttivistico-economica e quella del benessere, che possono e devono coniugarsi in una visione che non esclude né il profitto né il vantaggio per i lavoratori.

Un’ulteriore considerazione sulla ‘modernità’: seguendo le analisi e gli avvertimenti di Daron Acemoglu e Pascual Restrepo, professori di Economia del Mit e della Boston University, l’impatto dell’innovazione e dell’intelligenza artificiale sull’occupazione dipende da come sarà orientata: potrebbe determinare un saldo negativo sull’occupazione o, al contrario, riorganizzare le mansioni generando benefici su vasta scala. L’importante è, a nostro parere, che la tecnologia abbia una direzione umana, in cui al comando degli algoritmi restino persone orientate all’umanesimo.

Nel nostro piccolo, stiamo tentando di introdurre trasformazioni organizzative virtuose e orientate alla partecipazione in un’azienda romana operante nella gestione dei rifiuti: abbiamo sottoscritto un protocollo di relazioni industriali che prevede anche la formazione congiunta di lavoratori e quadri. Al progetto partecipano Tiziano Treu, già ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Federico Butera, professore emerito di Scienze dell’Organizzazione, già ordinario all’Università di Milano-Bicocca e all’Università di Roma “Sapienza”.

Alla luce delle grandi trasformazioni che stiamo attraversando, non dobbiamo essere rigidamente contro l’innovazione, che può rappresentare un’opportunità, ma dobbiamo concertare, contrattare, introdurre dinamiche partecipative in cui automazione e digitalizzazione siano al servizio sia dei lavoratori che del profitto. In questo senso e in questo momento, dunque, pensiamo che il sindacato avrà sempre un ruolo attuale e insostituibile nella costruzione di una società più equa e più giusta.

In conclusione, una frase di Ilvo Diamanti mostra in modo evidente la via da seguire:

Lo specchio si è rotto. Ciascuno si riflette nel suo frammento. Nel suo particolare. Nel suo immediato. Ma non c’è domani, se non si (ri)propone uno specchio comune”.


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