Cattiveria e Imprese

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L’impresa, che ha la sua massima espressione nella fabbrica, risulta intrinsecamente “cattiva” perché orientata esclusivamente a massimizzare i propri vantaggi, senza redistribuzione economica o sociale, senza attenzione ai danni provocati, considerati semplicemente un fastidio sulla strada del massimo profitto, da nascondere e occultare il più possibile.

Tante sfaccettature di comportamenti che possono essere definiti “cattivi” (quando non criminali) e che hanno costantemente allargato la cesura tra interessi di pochi e i tanti che contribuiscono al successo dell’impresa; cesura che raramente si è saldata.

Ed oggi? 

Oggi l’impresa fordista è rimasta in piedi in pochissimi settori, sono emerse nuove teorie di gestione aziendale e nuovi mercati prevalentemente legati al lavoro intellettuale e alle nuove tecnologie digitali; un novello Marx probabilmente sosterrebbe che oramai il fattore competitivo si è spostato dal controllo dei mezzi di produzione a quelli di diffusione delle informazioni.

E in questa nuova organizzazione produttiva si sono (teoricamente) livellati i diritti di tutti; la sensibilità verso i diritti estesi dell’essere umano e del mondo in cui viviamo è fortunatamente cresciuta a dismisura, grazie a una visione allargata del contesto operativo (esempio ne sono i principi ESG introdotti dalle Nazioni Unite nel 2015).

Diminuisce quindi il tasso di “cattiveria”? 

Poco, perché l’impresa, la cui strategia moderna enfatizza tra l’altro il valore del “capitale umano” e il rispetto dell’ambiente, continua ad avere una prassi operativa che ancora non accompagna pienamente questi principi, anzi, per certi versi, li rende ancor più minimali e residuali.

Rimane “cattiva”, sebbene su nuovi piani di azione; ad esempio quando i comportamenti e le idee di chi la guida continuano ad essere orientati alla visione parziale, alla massimizzazione del profitto quale unica illuminazione, che supera e calpesta i principi del buon padre di famiglia.

Lo è quando il management accetta di sottostare al rispetto dei “normali” benchmark finanziari, quando le decisioni che sottendono alla vita aziendale non pervengono correttamente dall’analisi della situazione dell’azienda e della comunità locale, bensì sono influenzati dai criptici report di un giovane analista finanziario che da un grattacielo di Londra decide – ad esempio – che per sostenere la quotazione dell’azienda e allinearla al “mercato” devono essere licenziate 100 persone non per loro incapacità, ma per conformità alla media di settore. E magari l’azienda produce utili, ma pochi rispetto alle aspettative del mercato.

Anche in questa rivoluzione industriale, quella della prevalenza del lavoro intellettuale, una buona quota di imprese continua a mantenere caratteristiche di “cattiveria”, permanendo priva di respiro etico, orientata e guidata da qualcosa che non è la vera natura umana, ma un sistema autoportante che progressivamente si distacca dalla vita reale.

Per fortuna non tutto è così; per fortuna esistono e sono esistiti imprenditori che hanno imbevuto il loro lavoro ed il loro essere di idee e comportamenti che restituiscono bellezza e dignità a tutte le loro azioni; Adriano Olivetti solamente per dirne uno, o Brunello Cucinelli.

Ma il solo fatto di citarli come eccezioni fa capire come sia difficile e complesso azzerare il gap tra bene comune e bene aziendale, tra il rispetto dei diritti e la salute aziendale.

Come uscirne? 

Come annacquare quella malsana percezione di ostilità verso chi organizza e incanala i differenti fattori produttivi per consentire la crescita e il benessere sia proprio sia dei propri lavoratori? 

Come far emergere e consolidare la necessaria convergenza tra bene aziendale e bene comune, fattori di crescita e prosperità sociale ed economica?

Non è certamente risposta semplice o scontata, perché i fattori di complessità, in primis il sistema finanziario che da anni ha perso la sua funzione originaria al servizio delle imprese diventando prioritariamente un faro delle azioni delle aziende stesse, non fanno intravvedere soluzioni sistemiche, ma solamente tattiche, a livello di singola azienda.

Forse è una costante e crescente attenzione alla cultura, sia di impresa sia singola, che può avvicinare i bordi della cicatrice, costruendo un linguaggio comune in cui tutti si identifichino.

Forse attraverso un sempre crescente afflato normativo, che impone regole esterne che superano le singole istanze; i criteri ESG introdotti dall’ONU vanno in quella direzione, e costruiscono un terreno di gioco condiviso tra tutti gli attori.

Certamente enfatizzando il valore dell’innovazione, che, se ben incanalata, consente una crescita dell’impresa non certo a scapito dei lavoratori, anzi aumentando il loro valore professionale. 

La cosa importante però è chiudere il gap rapidamente, prima che il prossimo catalizzatore di divergenza inizi ad agire appieno; la nuova transizione digitale ed il poco esplorato universo dell’intelligenza artificiale introdurranno campi di azione nuovi, da governare nelle componenti tecnologiche ma soprattutto in quelle etiche, in quanto sottendono una serie di fattori di rischio sconosciuti, agenti su di un piano inedito ed oscuro, che potrà estendersi sino alla messa in discussione della definizione stessa di lavoro e di rapporto tra uomo e sistemi umanoidi.

E quella sarà una sfida importante e determinante, quando la cattiveria rischierà di essere “automatica”, non temperata dalla natura umana. 

Potenzialmente indomabile.


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