20 Feb Non è un referendum sulla giustizia. È un referendum sul potere.
Chiamiamolo con il suo nome. Non è un referendum sulla giustizia.
È un referendum che modifica sette articoli della Costituzione — 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 — riscrivendo l’assetto della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.Sette articoli non sono un ritocco tecnico. Sette articoli sono una revisione strutturale. Eppure lo si vende come se fosse un intervento per “migliorare la giustizia”.
Non cambieranno i tempi dei processi.
Non verranno assunti i magistrati che mancano.
Non verranno potenziati gli organici.
Non verrà risolto l’arretrato.
Non verrà migliorato l’accesso dei cittadini ai tribunali.
La giustizia concreta, quella che il cittadino incontra ogni giorno, resterà identica.
Allora perché chiamarlo “referendum sulla giustizia”?
Perché la parola giustizia è una calamita emotiva. Evoca rabbia, frustrazione, scandali, casi mediatici, processi infiniti. È un’esca. E funziona. Ma qui non si decide sull’efficienza.
Si decide sull’equilibrio dei poteri. È un referendum sul potere.
COSA CAMBIA DAVVERO
La riforma costituzionalizza (ché è già evidente nei fatti, a detta dei massimi esperti) la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, crea due CSM distinti, introduce un’Alta Corte disciplinare, modifica l’autogoverno della magistratura e ridisegna l’assetto complessivo del potere giudiziario.
Questo non è un intervento organizzativo. È un cambiamento di architettura. E chi minimizza sta compiendo una operazione politica precisa: far passare per manutenzione ciò che è ristrutturazione.
Storici come Alessandro Barbero hanno ricordato una cosa elementare: quando si interviene sui contrappesi costituzionali bisogna essere estremamente cauti. Le costituzioni non si piegano alle contingenze del momento.
Intellettuali come Angelo d’Orsi hanno sottolineato il rischio culturale: frammentare l’unità della magistratura significa indebolirne la funzione di controllo.
Marco Travaglio ha smontato tecnicamente l’argomento principale dei promotori: la riforma non elimina il correntismo, non risolve le degenerazioni che dice di combattere, non incide sulle patologie strutturali. Ma apre un varco.
E Alessandro Di Battista, da una prospettiva politica, ha posto la domanda che molti evitano: perché questa riforma entusiasma proprio chi, storicamente, ha visto nella magistratura un ostacolo ai propri interessi?
Non è una questione ideologica.
È una questione di logica.
IL VERO NODO: LA SOTTOMISSIONE INDIRETTA
Nessuno scriverà in Costituzione “la magistratura dipende dal governo”. La subordinazione non avviene mai in modo esplicito. Avviene per passaggi. Prima si frammenta. Poi si modifica l’autogoverno. Poi si interviene sulle priorità dell’azione penale. Poi si rafforza l’esecutivo con altre riforme. E infatti questo referendum non vive nel vuoto. È perfettamente coerente con l’idea di premierato forte. È coerente con una visione in cui il potere esecutivo deve essere il perno del sistema. È coerente con una stagione politica che considera i contrappesi come fastidi.
Separare le carriere in Costituzione non è neutro. Significa togliere un elemento di unità alla giurisdizione. Significa isolare il pubblico ministero. Significa creare le condizioni perché, domani, con leggi ordinarie, si possa incidere sulle priorità, sui percorsi, sulle leve disciplinari. Si possano difendere i politici dagli unici che possono attaccarli: i magistrati.
Non serve gridare al fascismo. Basta leggere la dinamica del potere.
LA MENZOGNA DELL’EFFICIENZA
Si ripete: “Così la giustizia sarà più veloce.” Falso. La velocità dei processi dipende da organici, risorse, organizzazione, digitalizzazione, carichi di lavoro. Non dalla riscrittura di sette articoli della Costituzione.
È una promessa che non ha correlazione tecnica con la riforma. E quando una riforma costituzionale viene sostenuta con argomenti che non le appartengono, bisogna chiedersi perché.
L’ASTENSIONE È UNA RESA
Questo è un referendum confermativo. Non c’è quorum. Non votare non blocca nulla.
Non è una forma di purezza morale. Non è una protesta raffinata. È un effetto numerico.
Chi è organizzato decide. Chi si astiene consegna. Chi dice “non mi faccio usare” in realtà si auto-esclude. E quando si riscrivono sette articoli della Costituzione, l’auto-esclusione è una resa.
“LA COSTITUZIONE È UN FETICCIO”
No. La Costituzione non è un santino. Non è un pezzo di carta sacro. È una struttura. Una struttura di equilibri. Chi sostiene che “tanto la Costituzione è già svuotata” compie un ragionamento pericoloso: siccome non è pienamente attuata, allora possiamo modificarla senza prudenza.
È esattamente il contrario. Se l’equilibrio è fragile, non lo si indebolisce ulteriormente.
GUARDA CHI ESULTA
Non servono insulti. Basta osservare. Quando a sostenere con entusiasmo questa riforma sono figure politiche che hanno avuto storicamente conflitti durissimi con la magistratura; quando endorsement arrivano da ambienti che da trent’anni chiedono una “normalizzazione” del potere giudiziario; quando si percepisce un clima di rivincita più che di riforma — il dubbio non è paranoia. È buon senso.
LA DOMANDA FINALE
Questa riforma:
– accelera i processi? No.
– aumenta le risorse? No.
– risolve le degenerazioni denunciate? No.
– modifica l’equilibrio dei poteri? Sì.
Allora la domanda è semplice:
Perché farla passare come una riforma “per i cittadini”?
Perché chiamarla “referendum sulla giustizia” quando è un referendum sull’assetto dello Stato?
In conclusione, non è un voto contro qualcuno. È un voto per mantenere un argine. In un’epoca in cui si parla di concentrazione del potere esecutivo, di premierato, di governi forti, di “decisionismo”, indebolire un contrappeso (l’unico in Italia- pensiamo all’idiozia dispendiosa per i contribuenti dei centri per migranti in Albania, contestati solo dalla magistratura) non è un dettaglio tecnico. È una scelta politica profonda.
Chi ha a cuore l’equilibrio dei poteri non può nascondersi dietro la complessità.
Non può rifugiarsi nell’astensione.
Non può fingere che sia solo una riforma organizzativa. Qui si riscrivono sette articoli della Costituzione. E quando si riscrivono sette articoli della Costituzione, la neutralità non esiste.
Si va a votare.
E si vota NO.