11 Mar Il no coerente contro il trasformismo
C’è qualcosa di profondamente irritante, e allo stesso tempo rivelatore, nel vedere alcune figure pubbliche ergersi oggi a maestre di coscienza della sinistra e del femminismo, dopo aver progressivamente abbandonato – pezzo dopo pezzo – proprio quel terreno politico e culturale che ne aveva reso possibile la credibilità.
Non mi riferisco al diritto di cambiare idea. Cambiare idea è legittimo. È umano. È perfino necessario, talvolta. Mi riferisco a qualcosa di diverso: al trasformismo travestito da superiorità morale. Alla pretesa di chi, dopo aver cambiato campo, continua a parlare come se incarnasse ancora la purezza originaria, mentre nei fatti ne sta legittimando l’opposto.
Quando sento certe lezioni sulla “vera sinistra”, sul “dogmatismo degli altri”, sulla “libertà di dissenso”, non posso fare a meno di notare una contraddizione evidente: questa libertà viene invocata sempre e solo per giustificare il proprio spostamento, mai per comprendere le ragioni di chi resta fedele a una visione diversa.
Anzi, chi resta viene descritto come un fanatico, un censore, un estremista.
È un capovolgimento perfetto.
Ci si presenta come vittime di una presunta intolleranza, mentre si delegittima un intero campo politico, un’intera storia, un’intera comunità di lotta.
Ma il punto che trovo più grave è un altro. È l’uso del femminismo come scudo retorico per legittimare posizioni che, nei fatti, finiscono per rafforzare assetti di potere che il femminismo storico ha sempre contrastato.
Il femminismo non è un titolo onorifico. Non è una medaglia da appuntarsi sul petto per rivendicare un’autorità morale permanente.
Il femminismo è una pratica scomoda. È conflitto. È schieramento.
Non è equidistanza.
Non è la comoda posizione di chi distribuisce patenti di maturità agli altri mentre si riallinea progressivamente con narrazioni che delegittimano i movimenti, il dissenso, la solidarietà.
E lo stesso schema si ripropone oggi nel dibattito sul referendum sulla separazione delle carriere.
Chi sostiene il Sì si presenta come portatore di modernità, di civiltà giuridica, di coraggio riformatore. Chi sostiene il No viene implicitamente associato alla conservazione, alla paura, al corporativismo.
Ma questa è una rappresentazione falsa e profondamente ingiusta.
Dire No non significa difendere privilegi. Significa difendere un’idea di equilibrio tra poteri. Significa rifiutare una riforma che rischia di indebolire l’autonomia della magistratura proprio nel momento in cui essa rappresenta uno degli ultimi argini contro l’arbitrio. Contro lo strapotere dell”esecutivo.
Per questo trovo particolarmente inquietante vedere attaccati magistrati come Nicola Gratteri, colpevoli, a quanto pare, di avere una voce pubblica, di esprimere opinioni, di non restare confinati in un silenzio asettico.
Si può essere d’accordo o in disaccordo con lui. Ma trasformare la sua esposizione in un problema, evocare modelli esteri per suggerire che i magistrati dovrebbero essere invisibili, significa contribuire a costruire un clima in cui chi esercita una funzione di controllo viene progressivamente delegittimato.
E questo non è un dettaglio.
È un segnale.
Il segnale di una cultura che, mentre parla continuamente di libertà, finisce per tollerarla sempre meno quando assume forme scomode.
Il segnale di una politica che preferisce magistrati silenziosi e cittadini spettatori.
Il segnale, soprattutto, di un opportunismo che si traveste da lucidità.
Ciò che mi colpisce, in tutto questo, non è il cambiamento individuale. È la pretesa di trasformare quel cambiamento in una lezione per gli altri.
Di dire: io ho capito, voi no.
Io sono libera, voi siete prigionieri.
Io sono il futuro, voi siete il passato.
Ma la libertà non consiste nello spostarsi dove tira il vento e poi proclamarsi indipendenti.
Consiste nel restare fedeli ai principi anche quando è scomodo.
Anche quando è impopolare.
Anche quando significa dire No.
Per questo, oggi, il mio No al referendum non è un No conservatore.
È un No coerente.
È un No che nasce dalla convinzione che la giustizia non debba essere resa più debole in nome di una presunta modernizzazione, che altro non è che l’avvio dell’assoggettamento della magistratura al governo.
È un No che nasce dal rifiuto di accettare lezioni da chi, mentre parla di coraggio, ha scelto la strada più facile: quella dell’adattamento.
La storia è piena di persone che hanno cambiato idea.
Ma è anche piena di persone che hanno cambiato idea nel momento più conveniente.
E la differenza tra le due cose, alla fine, è tutta lì.