14 Ott Gilded Age, uno sguardo empatico sulla genealogia dell’impero
In concomitanza con l’uscita del film che segna la definitiva chiusura della saga che lo ha reso celebre in tutto il mondo, ovvero Downton Abbey – Il gran finale, il barone e sceneggiatore britannico Julian Fellowes si è ripalesato sulla scena delle produzioni seriali proprio quest’anno, con l’uscita della terza stagione di Gilded Age.
Produzione americana esordita nel 2022 a sette anni dalla conclusione di Downton Abbey, Gilded Age ha quasi il sapore di uno spin-off rispetto al suo pluripremiato predecessore; la serie HBO è ambientata dall’altra parte dell’oceano, ovvero nella Manhattan rampante compresa tra la fine della Guerra di Secessione e quel passaggio di secolo che avrebbe portato energia elettrica, cinema e automobile. Ad accomunare le due serie è lo stile di lord Fellowes: una continuità in merito alla sagacia dei dialoghi, il tono brillante capace di coniugare il dramma moderno e l’epica dinastica, con una buona dose di humor ed elegante romanticismo. Così come era stato per il film che gli valse il Premio Oscar nel 2002, ovvero Gosford Park di Robert Altman – gioiello del cinema in costume dove Robert Altman faceva sua la lezione de La regola del gioco di Jean Renoir – lo sguardo di Fellowes taglia in maniera trasversale le classi sociali che si trovano a condividere spazi topograficamente comuni per quanto nettamente separati a seconda del ruolo: tuttavia, la lezione è che tutti condividono, su piani scalari diversi e secondo specifiche sensibilità, le medesimo idiosincrasie, nevrosi, vizi e virtù. Non c’è in Fellowes alcuna condanna politica: l’affetto dell’autore però è sincero benché rivolto all’essere umano, a prescindere dalla sua condizione economica o sociale. In questo Fellowes si è allontanato dalla severità pessimista, affine a Renoir e Von Stroheim, dei primi anni Duemila: non c’è – e non potrebbe esserci, dato il titolo nobiliare dell’autore – alcuna preferenza nei confronti di borghesi o proletari rispetto alla nobiltà, anzi il senso struggente del tramonto di un’epoca innerva l’intera saga portando anche noi spettatori del mondo ultrasecolarizzato a provare un forte senso di empatia. Ma per Fellowes il punto non è che siamo tutte canaglie, piuttosto che gli esseri umani possono non condividere la loro condizione ma condividere stati d’animo ed emozioni. Perché un ceto si specchia nell’altro, oltre a derivare da esso l’essenza stessa della propria condizione secondo lo schema servo\padrone.
Con Gilded Age questo discorso si potenzia e si complica: l’ambientazione americana innanzitutto ci costringe a parlare di una sorta di ossimoro rappresentato dall’ “aristocrazia borghese” agli albori della loro leviatanica ed imperiale potenza finanziaria, politica, culturale. Si tratta di quelle grandi casate in ascesa, divenute ricche e potenti non per diritto divino ma a partire da quei processi di arricchimento che le hanno portate a rivaleggiare con gli eredi delle famiglie nobiliari coloniali della East Coast. Si tratta di un approccio genealogico che mette in evidenza anche il modo in cui l’alta borghesia rampante si è relazionata ai costumi e alle maniere del vecchio ordine, compreso il gusto estetico per l’arte e per la musica – un gusto spesso ipocrita perché simulato, come insegna Pierre Bourdieu; siamo a un passo dal pieno compimento della rivoluzione culturale ottocentesca che avrebbe portato alla svolta in materia di comportamenti, stili, beni di consumo, fino alla nascita sia della “moda” come la intendiamo oggi, sia della società di massa. Mentre in Downton Abbey c’era la malinconia per un mondo che si andava perdendo nel corso delle stagioni, che si rafforzava a partire dalla continuità emozionale, esistenziale, concettuale, espressiva che noi abbiamo provato durante la visione degli episodi, in Gilded Age l’occhio è puntato invece sempre al dopo, quel “dopo” nel quale sempre noi spettatori ci troviamo oggi a guardare e che comprende paradossalmente anche l’universo della saga britannica. A un mondo che va scomparendo e si va deteriorando, troviamo un mondo che si sta costruendo con tutte le sue contraddizioni e problematiche; e tuttavia, ad accomunare tutte e tutti, sono le speranze, i tradimenti, i tentativi di riscatto, il sarcasmo e i rapporti affettivi. Lungi dal pastiche postmoderno tipico dell’acclamata serie Netflix Bridgerton– dove in maniera ucronica l’età georgiana viene proposta in una estetizzante giostra visiva, sacrificando i criteri di verosimiglianza e ricostruzione fedele per la pura fascinazione visiva – lo stile di Gilded Age sembra assai più vicino a quello che Fredric Jameson avrebbe definito “museo immaginario”, ovvero quella operazione di ricostruzione fedele ma al contempo anche talmente “sfavillante”, per merito della regia e della fotografia, da far apparire il passato esteticamente più affascinante possibile. In questa occasione, un passato che si appresta a diventare un presente, non già lo sguardo sardonico su un piccolo (grande) mondo antico; in fondo però, entrambi scrigni magici dove rifugiarsi, retromaniacalmente, dal nostro sciagurato presente.