30 Mag Elogio dell’educazione. Manuale di sopravvivenza in tempi arroganti
In un’epoca in cui il cinismo viene scambiato per visione e la voce grossa per carisma, sorprende ancora quante persone confondano l’educazione con la debolezza.
Eppure, basta poco per accorgersi che l’aggressività compulsiva, quella dei post al vetriolo e delle invettive da talk show, produce più eco che effetti.
Mi è capitato, di recente, di osservare — e non senza un certo imbarazzo — una donna, dal ruolo pubblico riconosciuto, sbraitare per imporsi. Un’esibizione più acustica che autorevole, in una gara tutta a colpi di bau bau, dove a vincere sembra sempre essere chi sovrasta e soffoca le altri voci.
Ne ho visti molti, in questi ultimi vent’anni, agitarsi tra selfie studiati, graffi maldestri e morsi senza esito. Scattano foto da urlo, pubblicano post da daje, si contendono like come fossero tessere elettorali. Ma la leadership, quella vera, non è uno scatto né una didascalia.
C’è poi un’altra tribù, trasversale e rumorosa, che vive di titoli esibiti come medaglie: master, MBA, onorificenze, corsi scout e catechismo. Srotolano CV a ogni pie’ sospinto, ma appena si tratta di argomentare, si rifugiano dietro il muro del più noioso e classico “lei non sa chi sono io”. No, non lo so. La prego non me lo dica: preferisco scoprirlo lentamente…
E infine, ci sono loro: quelli che ogni mattina si svegliano rivoluzionari e ogni sera tornano figli dei fiori, come se bastasse un hashtag per rimuovere la sostanza.
Ma la verità è che l’educazione è una forma di leadership.
Chi è educato sa contenere, orientare, farsi ascoltare senza alzare la voce. È l’educazione a permettere il comando autorevole, non la minaccia. L’educazione, quella autentica, non è mai remissiva: è dominio di sé, e quindi capacità di guidare gli altri senza prevaricare.
E con il potere l’educazione ha un rapporto ancora più sottile:
non lo ostenta, lo governa.
Non lo usa per umiliare, ma per costruire.
Non lo agita come uno scettro, ma lo maneggia con la cura di chi sa che ogni parola può avere conseguenze.
Chi teme l’educazione lo fa perché ne intuisce la forza.
Sa che parlare con misura, scegliere il momento giusto, ascoltare davvero, sono gesti potenti.
L’educazione non è figlia dell’ingenuità, ma parente stretta della intramontabile ma poco frequentata, ormai, force tranquille. È un’arma affilata nella lotta quotidiana contro l’arroganza, contro l’idea che per contare si debba per forza sovrastare; è una competenza.
In un tempo in cui la politica confonde ancora la visibilità con il valore, il potere con la presenza scenica, fanno scuola quelle figure che sanno unire fermezza e pacatezza. Quando passano, lasciano il segno.
Non alzano la voce, alzano i fatti.
Chi davvero comanda, è due passi avanti. E non ha bisogno di farlo sapere.