7 ottobre, un anno fa la strage

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La strage feroce perpetrata dai fanatici di Hamas un anno fa – che si è rivolta contro civili inermi – e il rapimento degli ostaggi hanno cambiato radicalmente lo scenario mediorientale. Le nostre categorie interpretative su Israele e questione palestinese dal 7 ottobre del 2023 non reggono più da sole: nostre, di chi ha sempre creduto in due popoli, due stati, nel diritto di Israele a esistere e in quello dei palestinesi ad avere un proprio stato. Dobbiamo tutti e tutte saperci rimettere in discussione.

La prima ragione va ricercata nell’humus nel quale è cresciuto un atto di sterminio, come quello di Hamas, che richiama alla memoria la storia dei pogrom e del genocidio degli ebrei. Non si è trattato di terrorismo, com’era successo spesso nel passato. Ma di stragismo, volto ad annientare un popolo, e a provocare una reazione di vendetta incontrollata. La leadership di Hamas non poteva non aver messo in conto il fatto che, accanto alle 1194 vittime (secondo alcune fonti 1231), di cui 859 civili, e ai 250 ostaggi -dei quali almeno 70 sono poi morti-, si sarebbero aggiunte un  numero ben superiore di vittime civili palestinesi. Il razzismo antiebraico di Hamas è anche una forma di dominio violento sul popolo palestinese, privato, dopo la morte di Yasser Arafat, di una leadership laica e democratica, com’era nella sua tradizione. Si stenta, un anno dopo, a vedere un’alternativa a questo dominio violento.

La seconda ragione per la quale dobbiamo cambiare le nostre categorie di interpretazione riguarda il grumo ideologico nazionalistico e militarista che domina da molti anni la politica israeliana. Le dimensioni della vendetta, dopo il 7 ottobre – non decisa da Dio, l’unica vendetta che la Bibbia riconosce-, hanno superato ogni limite, se limite possa esserci a questa barbara logica. 41000 palestinesi sono morti, di cui circa 14000 bambini. Ancora decine di ostaggi sono prigionieri di Hamas, che si giova del consenso che a loro questa brutalità sconfinata, decisa da Benjamin Netaniahu – in difficoltà sul fronte interno e oggetto di indagini giudiziarie che intende tacitare – provoca. Siamo lontani anni luce dallo spirito con cui Yitzhak Rabin e Shimon Peres avevano intessuto una tela complicata per creare le condizioni di una convivenza. L’ossessione militarista di Netaniahu, con l’ìllusione che alla questione mediorientale si possa trovare una soluzione armata, e non invece politica, provoca una catastrofica situazione umanitaria e danneggia gravemente l’immagine di Israele nel mondo. La situazione in Cisgiordania è drammatica, e la destra israeliana favorisce sistematicamente nuovi insediamenti dei coloni con l’obiettivo di cacciare i palestinesi, costretti a vivere in una condizione di apartheid. L’ossessione militarista fa crescere nuove pulsioni e fornisce benzina ad antichi e mai sopiti sentimenti antisraeliani. Anche sullo scenario settentrionale, dopo mesi di bombardamenti da parte di Hezbollah, che hanno spinto migliaia di israeliani a lasciare le proprie abitazioni e a fuggire al sud, l’offensiva di questi giorni in Libano, con l’obiettivo di sradicare e estirpare Hezbollah, in modo speculare a quanto è successo a Gaza, provoca conseguenze drammatiche nella popolazione civile (quasi 2000 vittime, prevalentemente civili, un milione di sfollati). Tutto ciò alimenta una spirale che sembra senza fine, nella quale la teocrazia iraniana, responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani, a partire da quelli delle donne, ha buon gioco a presentarsi come paladina delle popolazioni civili, palestinesi e libanesi.Solo se in Israele prevarrà un altro punto di vista, che si ponga l’obiettivo della convivenza e del dialogo, si potrà riaprire una speranza.

La terza ragione, conseguente a quanto detto, è che, anche in assenza di una politica e di una sinistra – non parlo solo dell’Italia – capace di battersi per davvero per la pace, e di fronte al nanismo politico delle attuali leadership occidentali: ad esclusione forse di Pedro Sanchez che ha cercato, sulla linea tracciata dal Segretario Generale dell’ONU, Antonio Gutierres, di compiere atti concreti di dialogo, a partire dal riconoscimento dello stato palestinese, cresce tra gli oppositori alla guerra un insano odio verso Israele in quanto tale, e si manifestano nuove forme intollerabili di antisemitismo. L’episodio avvenuto a Milano, qualche giorno fa, quando Chef Rubio (Gabriele Rubini) ha invitato a marcare con la bomboletta spray le case degli “agenti sionisti” è agghiacciante, come il cartello contro Liliana Segre. Non si possono minimizzare questi fatti. Il muro della lotta contro ogni forma di antisemitismo, di razzismo, di discriminazione dev’essere invalicabile. 

Guardo con speranza alla manifestazione del 26 ottobre e alla sua piattaforma. Mai come oggi c’è bisogno che il popolo prenda la parola contro la logica della guerra, rilanciando l’idea di due popoli e due stati che convivano in pace. Lo abbiamo detto e ripetuto anche di fronte all’aggressione militare decisa da Vladimir Putin contro l’Ucraina. Non c’è una soluzione militare. È ora che tacciano le armi, che si fermino le mani ai nazionalisti e ai fanatici in ogni campo e che si cerchino le ragioni comuni. 

Ci sono nel pianeta nove potenze nucleari, oggi. Decine di migliaia di testate. Si sta scherzando col fuoco, col retropensiero che la guerra è lontana da noi. Non solo non è così – perché i lavoratori e la gente debole anche in Occidente hanno già pagato duramente i costi economici delle due grandi guerre in atto, e perché le industrie belliche lavorano a pieno regime -: ma basta veramente poco perché si scatenino reazioni senza controllo. 

La profezia del Mahatma Gandhi rischia di avverarsi: “occhio per occhio rende il mondo cieco”, diceva. Oggi è davvero forte chi usa la ragione, non le armi, e cioè chi riesce a rompere questa spirale di odio e di vendetta

Il tempo è poco.


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