04 Dic Attraverso gli occhi dell’altro: Emily in Paris
Accusata di frivolezza e di svilupparsi secondo dinamiche narrative banali e prevedibili, l’ultima acclamata serie Netflix frutto del genio di Darren Star, Emily in Paris, è giunta alla sua quinta stagione registrando un grande successo di pubblico su entrambe le sponde dell’oceano Atlantico.
D’altronde, Darren Star non è nuovo ad accuse di questo tipo, infatti ricevette le stesse accuse in tempi passati in merito alle due produzioni che lo resero un’autorità nel mondo delle serie televisive, ovvero Beverly Hills 90210 prima e Sex in the City dopo.
Star ha sempre avuto l’incredibile capacità di intuire la direzione che l’immaginario globale stava intraprendendo di volta in volta, per poi favorirlo attraverso le sue produzioni che oscillano perennemente tra teen drama e soap opera, mondo patinato del fashion branding e allusioni sarcastiche al sesso. In questo senso, le grandi produzioni seriali di successo dimostrano di riuscire nel loro doppio movimento, tipico di tutti i prodotti della cultura di massa più rilevanti: se da un lato essi riescono a raccontare il mondo, dall’altro sono capaci di generare quello stesso mondo tracciando la via attraverso la quale esso si trasforma e si plasma incessantemente. In altri termini, dopo Sex and the City, è New York City a non essere stata più la stessa, dal momento che raccontandola ne ha anche influenzato i modi, il linguaggio, le modalità relazionali ecc.
Andando per gradi, potremmo sostenere che se Beverly Hills 90210 era costruito sul gap generazionale (adulti vs. giovani), mentre Sex in the City sul gap di genere (uomini vs. donne), Emily in Paris si esprime nella dialettica geopolitica: sono gli Stati Uniti che raccontano loro stessi attraverso il passaggio negli occhi e nel pensiero degli “altri” (potremmo sostenere Usa vs. Europa ma sarebbe riduttivo, come vedremo).
Nella letteratura critica postcoloniale, si adotta un termine che è Othering, di complicata traducibilità: è ciò che è “Altro”, l’alterità per definizione, necessaria alla definizione dell’identità culturale tanto per i colonizzati quanto per i colonizzatori. Si tratta di guardarsi attraverso gli occhi dell’Altro tanto in termini di riconoscimento dell’autorità e di una presunta superiorità, quanto in termini di rivendicazione orgogliosa di una propria autonomia identitaria.
Se quella americana è con tutta evidenza una colonizzazione che si è espressa innanzitutto sul piano dell’immaginario, facendo dell’impero americano il maggior produttore di beni di consumo esportati in tutto il mondo, non possiamo non tener conto del fatto che le condizioni geopolitiche del nostro presente annunciano una imminente trasformazione.
Tramite Emily – una sorta di Audrey Hepburn postmoderna – americana di Chicago trapiantata a Parigi per lavoro in un’agenzia di comunicazione legata al mondo dell’alta moda, gli americani guardano alla Francia, ai suoi vezzi, alle sue abitudini, alle sue idiosincrasie, e soprattutto agli elementi di differenza che rendono questa migrazione per certi versi affascinante ma anche complicata. Non basta passare da metropoli (Chicago) a metropoli (Parigi), perché globalizzazione a parte i territori sembrano mantenere una loro specificità e un loro linguaggio. Ma è proprio così? Rampante, brillante, astuta e a tratti deliziosamente goffa, Emily è una paladina della web culture e una regina dei Social Media, agendo su un piano che è da subito transnazionale; dimostra di poter continuare a restare su una corda tesa tra due identità, ma in poco tempo la distanza si riduce e l’eleganza e la sofisticheria parigine si sovrappongono al pragmatismo e alla faciloneria americane.
Ma a trionfare è il secondo immaginario: l’Othering è sempre quello degli americani che si guardano attraverso gli occhi dei parigini, che però essendo intessuti dall’immaginario americano più di quanto si possa pensare ed essendo la produzione della serie una produzione americana, quello a cui assistiamo è la visione di americani che guardano altri americani.
Un gioco di specchi, a cui Hollywood ci ha abituato da decenni dal momento che si tratta del processo di museizzazione del mondo, tanto che neanche Roma sfugge a questa operazione: Emily finisce anche nel bel paese, con l’immancabile giro in Vespa per cui la Roma raccontata altro non è che la Roma di William Wyler e di Vacanze romane.
Non ci sarebbe nulla di rivoluzionario e di innovativo, se non fosse per un paio di fattori decisivi: si tratta di un prodotto di “difesa” attraverso il quale l’imperialismo culturale americano tenta disperatamente di mantenere il suo sigillo sull’attuale globalizzazione (che come è evidente, nei prossimi anni cambierà la propria forza di trazione, dall’universo euroamericano a quello multipolare legato a produzioni provenienti da altre aree di interesse). Emily in Paris è molto seguita nel Sud Est asiatico ad esempio, in nazioni con una demografia e una classe medie emergente in rapporto inverso rispetto all’irrefrenabile declino occidentale; spesso la reazione da parte dei giovani asiatici è di repulsione e di odio nei confronti della giovane protagonista, facendo della serie un successo innanzitutto di Hate branding.
Ma questo può essere compreso: si tratta di un prodotto che adotta un Othering accondiscendente di americani che guardano altri americani, facendo finta di accettare l’Alterità ma in realtà riducendo quest’ultima a un mero surrogato. Si tratta del canto del cigno, malinconico a suo modo, straziante, di un universo di produzione che nel giro di pochi anni dovrà lasciare spazio ai nuovi mercati. Non ci saranno più giovani americane esuberanti, e se Parigi o Roma saranno luogo delle vicende allora l’Othering non sarà dell’occhio americano o europeo ma da parte di un “nuovo occhio dell’altrove”.
Questo discorso diventa ancora più chiaro attraverso un altro personaggio principale della serie: si tratta di Mindy Chen, giovane cinese (non a caso però interpretata da un’attrice statunitense di origini coreane, Ashley Park) che con l’identità della Repubblica Popolare ha ben poco a che vedere. Affascinante, sempre alla moda, anche lei brillante e padrona del proprio destino, Mindy è la cinese che gli americani vogliono vedere, perché più americana che cinese: fuggita dal suo paese per colpa di una figuraccia fatta in diretta nazionale in un Talent Show, Mindy è figlia di una delle famiglie più ricche della Cina e tenta di esaudire a Parigi il suo più grande sogno che è quello di fare la cantante. Mindy è come gli americani vorrebbero che i cinesi fossero: in questo senso è l’operazione di Othering più efficace dell’intera serie.
L’ultima stagione ambientata a Venezia probabilmente proseguirà questo approccio di “museo dell’immaginario” per dirla con Fredric Jameson, se non fosse che la produzione è stata sospesa per colpa di un grave lutto avvenuto sul set: alla fine, come spesso accade, a strappare il velo dell’immaginario sopravviene la cronaca, quella nera prima di quella geopolitica in questo caso.