DE CHIRICO DOPO IL SOGNO: “L’ULTIMA METAFISICA” TRA ENIGMA, COSTRUZIONE E IRONIA

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Si sta concludendo la mostra dedicata a Giorgio De Chirico, “L’ultima metafisica”, a cura di Elena Pontiggia. Dopo tanti contrattempi l’ho finalmente vista, con una disposizione particolare: non per cercare una conferma scolastica, ma un varco. Cercavo il punto in cui il pittore, tornato negli ultimi anni ai suoi manichini, alle piazze, agli interni, agli archeologi, non si limita a ripetere se stesso, ma mostra finalmente con chiarezza ciò che forse era presente fin dall’inizio: che l’enigma non coincide con l’irrazionale, che il mistero non è abbandono al caos, che il sogno non è automatismo, ma forma. E che proprio qui passa la linea di frattura tra De Chirico e il surrealismo, tra De Chirico e Breton, tra una poetica dell’inconscio liberato e una visione in cui anche la vertigine possiede un’ossatura.

La mostra di Modena, concentrata sull’ultimo decennio dell’artista, dal 1968 al 1978, consente di vedere con rara nettezza questo punto. I temi ritornano: i manichini, Ettore e Andromaca, gli interni metafisici, le piazze d’Italia, i cavalli, gli archeologi, gli oggetti simbolici. Ma ritornano come se il tempo li avesse liberati da una gravità iniziale. Non sono più schiacciati dalla prima, terribile rivelazione del non senso. Restano enigmatici, ma non più tragici allo stesso modo. In essi si avverte una sapienza estrema, una leggerezza che non è superficialità bensì dominio. De Chirico anziano non corregge il giovane; gli passa accanto, quasi sorridendo. Gli dice: il mondo resta indecifrabile, ma non per questo bisogna irrigidirsi nell’angoscia. Si può anche guardarlo con ironia, come una commedia di forme, come un teatro in cui l’assurdo non annulla il rigore.

È qui che il titolo della mostra, “L’ultima metafisica”, va inteso non come formula crepuscolare ma come soglia. “Ultima” non significa terminale: significa estrema nel senso di affinata, spogliata, chiarita. Non una conclusione spenta, ma una riapertura. De Chirico, quasi ottantenne, non si mette a imitare il proprio passato; lo rivisita. Torna ai suoi simboli non da reduce, ma da sovrano. E li tratta con una libertà che solo una lunga fedeltà al proprio demone può consentire.

L’iscrizione celebre dell’autoritratto del 1911 — Et quid amabo nisi quod aenigma est? — non è una posa erudita. È una dichiarazione di poetica. In De Chirico l’enigma non è un accessorio, non è il profumo dell’opera: è la sua struttura. Ma bisogna intendersi bene. L’enigma, per lui, non è il rebus da risolvere con una chiave unica, né l’oscurità di maniera. È piuttosto l’evidenza stessa del reale quando viene sottratto all’abitudine. Le cose non diventano misteriose perché sono deformate: diventano misteriose perché finalmente viste.

In questo senso, la metafisica dechirichiana è lontanissima da ogni accezione tradizionale del termine come ricerca di un aldilà dell’essere. Il suo movimento è opposto: non scappa dal mondo, vi entra più a fondo. Non cerca una seconda scena nascosta dietro la prima; costringe la prima scena a rivelare la sua insondabilità. Le piazze, le statue, i guanti, le squadre, i biscotti, le torri, i templi, i treni lontani, i busti classici, i cavalli, le finestre, i porticati: tutto resta nel mondo. Ma il mondo, una volta sottratto alla frenesia utilitaria, appare come un deposito di segni di cui ignoriamo la grammatica.

Per questo De Chirico diffida delle interpretazioni che spostano troppo rapidamente la sua pittura nell’orbita dell’inconscio freudiano o del sogno surrealista. La sua metafisica non si identifica con una liberazione incontrollata delle immagini. Egli non vuole dissolvere la realtà: vuole mostrarne l’insensata bellezza, la precisione muta, l’ordine enigmatico. Le cose non evaporano nel delirio: si impongono con maggior concretezza. Perfino l’allucinazione, in lui, ha contorni netti.

Se si vuole comprendere questa posizione, il passaggio per Nietzsche è inevitabile. Non per ragioni ornamentali o genealogiche, ma perché De Chirico stesso dichiarò più volte il proprio debito. In Schopenhauer e Nietzsche egli trovò non una metafisica consolatoria, bensì l’accesso alla verità tragica dell’esistenza: il suo non senso, la sua assenza di fondamento, il carattere non pacificato del vivere. E tuttavia questa scoperta non lo consegna al nichilismo come semplice annientamento; gli offre piuttosto l’ossatura di un’arte nuova.

Qui sta il paradosso fecondo: il non senso non distrugge la forma, la rende necessaria. Se la vita non possiede uno scopo garantito, allora l’arte non deve abbellire il mondo né tradurlo in racconto edificante; deve assumere su di sé il compito di mostrare l’enigma senza addomesticarlo. Per questo De Chirico si sentì vicino a Nietzsche non soltanto sul piano dei temi, ma del gesto. Come il filosofo rompeva con le grandi impalcature metafisiche dell’Occidente, così il pittore rompeva con l’idea che l’arte dovesse imitare la realtà secondo consuetudine ottica o esprimere semplicemente emozioni.

Anche l’amore comune per la classicità va letto in questa luce. Non come nostalgia accademica, ma come incontro con una misura antica capace di contenere il demone. De Chirico non è mai stato un platonico nel senso scolastico del termine; semmai si avvicina a un orizzonte più eracliteo e nietzschiano, dove il mondo è tensione di contrari, movimento di segni, unità instabile di opposti. Le sue ombre, i suoi silenzi, i suoi mezzogiorni immobili e le sue notti implicite non sono allegorie da decifrare moralisticamente: sono la forma visiva di una realtà che si rivela proprio nella sua contraddittorietà.

Non stupisce allora che Arianna, nelle sue piazze, diventi figura decisiva. Arianna non è soltanto un richiamo mitologico: è la malinconia che conosce il labirinto. È la soglia tra immobilità e abbandono, tra dolore e conoscenza. È una presenza che dorme e tuttavia veglia. Nei suoi corpi distesi si concentra una filosofia dello stare, del sostare, del pensare senza progresso. Ed è significativo che questa malinconia non sia mera depressione del sentimento, ma condizione di una visione più penetrante.

Il rapporto con Breton è, a questo punto, esemplare. Che il surrealismo abbia riconosciuto in De Chirico una fonte decisiva è fuori discussione. Le piazze disabitate, gli accostamenti incongrui, i manichini, la sospensione temporale, la logica spostata dell’oggetto, tutto ciò ha aperto una via che il surrealismo avrebbe percorso con entusiasmo. Ma proprio qui si annida il malinteso.

Breton vede in De Chirico il precursore di una liberazione dell’immaginario; De Chirico si sente invece travisato. Per lui il sogno non è il regno dell’irrazionale puro, né l’automatismo psichico ha dignità di metodo. Egli non mira a far parlare l’inconscio contro ogni disciplina: mira a isolare un’apparizione e a darle una forma necessaria. Il sogno, per lui, non è assenza di legge: è legge sconosciuta. Non è flusso indiscriminato: è costruzione enigmatica.

Questa differenza è decisiva. Breton tende sempre più a una esaltazione del sogno che paradossalmente lo tradisce nel momento stesso in cui lo esalta: pretende di farne un metodo d’accesso privilegiato all’autenticità psichica. De Chirico, al contrario, non fa del sogno una religione. Non vuole consegnare l’opera alla sovranità dell’informe. Vuole piuttosto mostrare che anche ciò che appare onirico o allucinato possiede un’impalcatura severa. In questo senso la sua pittura è meno “surrealista” di quanto i surrealisti abbiano creduto e più radicale, perché non sostituisce il reale con l’inconscio, ma costringe il reale a mostrarsi come già enigmatico.

Si capisce allora perché la rottura con Breton non possa essere ridotta a una divergenza di temperamento o a una polemica d’ambiente. C’è in gioco una concezione dell’immagine. Per Breton l’immagine deve scardinare la logica ordinaria liberando il meraviglioso. Per De Chirico l’immagine deve mostrare che il meraviglioso è già nella struttura stessa delle cose, purché le si guardi con occhio spogliato dall’abitudine. Da un lato l’ebbrezza della combinazione; dall’altro la rivelazione dell’ordine segreto. Da un lato l’automatismo; dall’altro la costruzione.

È qui che i manichini acquistano tutta la loro forza. A prima vista potrebbero sembrare figure svuotate: corpi senza volto, senza psicologia, senza carne, spesso senza braccia o con membra sostituite da elementi rigidi. E tuttavia proprio questo svuotamento li rende più intensi. Il manichino dechirichiano non è l’assenza dell’umano; è la sua trasfigurazione. Non rappresenta una persona mutilata, ma un essere sottratto alla recita delle espressioni, alla retorica del sentimento, alle illusioni dell’interiorità psicologica.

Per questo quei corpi sono più pensanti di molti volti. Non devono “esprimere” nel senso consueto: devono stare. Devono reggere la tensione tra forma e segreto. In essi l’uomo diventa costruzione visibile. È ciò che si avverte con particolare evidenza nelle immagini degli archeologi e nelle figure che hanno nel petto o nel grembo frammenti di architetture, rovine, templi, stanze, memorie. Il passato non è fuori, da scavare come puro reperto; è dentro. Ci costituisce. Non siamo individui lisci: siamo depositi, stratificazioni, reliquiari di tempo.

Qui la mia intuizione su poevitasia diventa illuminante. Se la poesia di un uomo (madre di tutte le arti, pittura compresa) è la sua vita, allora questi manichini non sono affatto privi di vita: la loro vita è ciò che portano dentro come costruzione. La poesia non è l’effusione sentimentale dell’io, ma la forma stessa con cui l’esistenza si organizza, si regge, si espone. Nei corpi dechirichiani l’interiorità non si offre come confessione: si manifesta come architettura. La vita più che parlare, si compone.

Questa idea raggiunge una potenza particolare nelle figure che recano al proprio interno squadre, righe, compassi, strumenti di misura e di disegno. Non si tratta di semplici attributi professionali, né di allusioni decorative alla pittura. Sono il cuore stesso del discorso. Quelle squadre collocate nel corpo del manichino dicono che il segreto dell’umano, per De Chirico, non è un nucleo sentimentale nascosto ma una struttura costruttiva. L’enigma non coincide con il caos; coincide con una legge che appare e non si lascia esaurire.

In quel corpo abitato da strumenti c’è l’autoritratto più profondo dell’artista. È come se De Chirico dicesse: io sono questo. Sono colui per il quale il mistero passa attraverso il disegno, la misura, il montaggio, la nitidezza, la relazione tra gli elementi. Non sono il medium di un flusso incontrollato. Sono il costruttore di un’apparizione. Perfino quando dipingo un sogno, dipingo la sua intelaiatura. Perfino quando alludo all’invisibile, lo faccio attraverso linee, angoli, equilibri, tagli, contorni.

Per questo i suoi interni metafisici, con officine, cavalletti, teste di cavallo, frutti, busti, poliedri, telai, finestre nella finestra, non sono mai semplici accumuli. Anche quando sembrano sovrabbondanti, reggono un ordine. E tale ordine non annulla il mistero: lo intensifica. L’oggetto, isolato o accostato ad altri in apparenza incongrui, entra in una sintassi nuova. Non è più utensile: è segno. Ma segno di che? Non di un significato univoco. Segno di una vibrazione del reale che la mente comune non sa più leggere.

Da qui l’importanza del disegno in tutta l’opera dechirichiana. Disegnare, per lui, non è una fase preparatoria subordinata al dipinto; è un esercizio di conoscenza. Il segno non vale solo come tracciato: è impronta di pensiero, cattura di un’apparizione, rivelazione di una struttura interna. Che poi alcuni disegni diventino quadri e altri restino autonomi conta fino a un certo punto. In entrambi i casi il gesto è il medesimo: estrarre dall’indistinto una forma necessaria.

Questo aspetto va sottolineato soprattutto oggi, in un’epoca che spesso confonde spontaneità con verità. De Chirico, al contrario, ci ricorda che la verità dell’immagine esige disciplina. Non la disciplina accademica come obbedienza esterna, ma quella interna all’opera: rigore, controllo, insistenza, elaborazione. La sua leggerezza ultima non nasce da facilità, ma da lunga padronanza. È il divertimento di ordine superiore di cui parlava lui stesso: il piacere del fare che non esclude il pensiero, anzi lo rende visibile.

Se si guarda l’ultimo decennio con questa chiave, appare chiaro che non si tratta di un riflusso o di una tarda maniera. La neometafisica non è il manierismo senile di un genio sopravvissuto a sè stesso. È una metamorfosi di tono e di energia. I temi rimangono, ma il loro peso cambia. La tragedia non scompare; si decanta. L’assurdità del mondo non è più gridata attraverso ombre minacciose e immobilità oppressiva; è guardata con distanza ironica, con una calma che sa di commedia umana.

Ettore e Andromaca, per esempio, non appaiono più soltanto come sigillo di un addio fatale. Le lance e Troia restano, ma il clima muta. Il dramma conosciuto non viene negato; viene attraversato da una tenerezza nuova. De Chirico non rinuncia all’enigma: ne modifica la temperatura. La sua pittura si fa più limpida, i contorni più netti, i colori più smaltati e accesi, le superfici più leggere. Non c’è banalizzazione, ma schiarimento. Come se l’artista, dopo aver a lungo contemplato il non senso, avesse deciso di non consegnargli più tutta la scena.

Qui si può capire anche il richiamo al gioco, emerso nella riflessione critica sulla sua fase estrema. Gioco non come evasione infantile, ma come forma alta di libertà. Giocare con i propri simboli, con i propri manichini, con le proprie piazze, con i propri poliedri, significa averli finalmente sottratti al fardello dell’autocelebrazione e della ripetizione meccanica. De Chirico non si inginocchia davanti al proprio mito; lo rimette in moto. Lo tratta come materia disponibile. E così, paradossalmente, torna giovane.

È questo uno dei meriti maggiori della mostra di Modena: mostrare un De Chirico anziano ma non appesantito, consapevole ma non irrigidito, ironico senza cinismo. Un artista che, arrivato quasi al termine, non si rifugia nella saggezza convenzionale del vecchio maestro, ma osa ancora la libertà. In questo senso la sua ultima metafisica non è affatto un addio. È un rilancio.

Non è secondario che questa mostra sia a Modena. Non solo per ragioni organizzative o civiche, ma perché certe città italiane, più di altre, come è stato già osservato, conservano una disposizione metafisica dello spazio. Porticati, scorci severi, cortili, vuoti improvvisi, facciate che sembrano quinte, silenzi architettonici: tutto ciò può preparare l’occhio a De Chirico. Modena non è Ferrara (dove lui ha fondato i principi estetici della sua metafisica nel 2016, con Carlo Carrà), ma condivide con essa una capacità di sospendere il tempo nel visibile. Non è un contenitore neutro. È un interlocutore.

Persino l’esperienza del percorso espositivo, del passaggio tra corti e sale, del verde dei pannelli, dell’allestimento pensato con rigore e misura, contribuisce a sottrarre la mostra alla logica del consumo rapido. Si entra in un clima. E il clima, in De Chirico, conta quanto i soggetti. La sua pittura non si lascia capire soltanto per iconografia; esige una disposizione. Bisogna stare davanti ai quadri come davanti a qualcosa che insieme si offre e si ritrae.

Occorre allora evitare due riduzioni simmetriche. La prima è quella che fa di De Chirico il semplice padre del surrealismo, come se tutta la sua vicenda dovesse essere letta a partire da ciò che altri hanno fatto di lui. La seconda è quella che lo addomestica come classicista eccentrico o illustratore del mito. In entrambi i casi si perde il nervo. De Chirico è molto più scomodo. È il pittore che ha osato pensare la forma dopo il crollo delle certezze metafisiche tradizionali; che ha cercato una rivelazione immanente; che ha trasformato oggetti, architetture e corpi in segni di una realtà tanto concreta quanto indecifrabile.

Neppure la questione delle repliche, delle retrodatazioni, dei travestimenti di sé basta a liquidarlo come falsificatore narcisista. C’è anche lì un punto più profondo: il rapporto con il tempo, con la firma, con il museo di sè stesso, con l’eterno ritorno dei motivi. La ripetizione, in lui, non è mai puramente identica; è sempre un problema. E nell’ultima metafisica questo problema raggiunge una forma quasi limpida: il ritorno si fa differenza consapevole.

È a questo punto che il dialogo con la mia idea di poevitasia non appare arbitrario, ma necessario. Se la vita e la poesia stanno tra loro come vasi comunicanti, se la vita stessa coincide con la forma poetica, allora De Chirico offre una straordinaria controfigura visiva di questo principio.

Se la poesia di un uomo è la sua vita, come sostengo da tempo. Ecco: in De Chirico la pittura di un uomo è la sua ontologia concreta. Non il diario delle emozioni, ma la disposizione delle forme con cui egli affronta il mondo. Per questo le sue figure non hanno bisogno di volto. Hanno bisogno di costruzione. Per questo il passato non è repertorio morto, ma materia interna. Per questo il sogno non è il luogo dell’abbandono, ma la prova che la mente possiede una precisione ulteriore, ignota, non riducibile alla logica ordinaria ma nemmeno confondibile con il puro arbitrio.

In tal senso De Chirico si sottrae sia al naturalismo sia al surrealismo: non imita la realtà, non la dissolve. La ricompone. Ed è proprio questa ricomposizione che lo rende ancora vivo, ancora inquietante, ancora necessario.

“L’ultima metafisica” di Giorgio de Chirico non è l’appendice tardiva di una grande stagione; è il luogo in cui la sua ricerca si rende finalmente leggibile nella sua interezza. Lì si capisce che il suo vero avversario non era la realtà, ma l’abitudine a guardarla senza stupore; che il suo enigma non chiedeva una soluzione, ma un’attenzione; che il suo legame con Nietzsche non era dottrinario, ma vitale; che la sua rottura con Breton non fu capriccio, ma differenza di civiltà artistica.

E soprattutto lì si vede questo: che il mistero, per De Chirico, non è il regno dell’informe, bensì il punto in cui la forma tocca il suo massimo di intensità. Dove l’enigma non è fuori dalla costruzione; è nella costruzione stessa.

Per questo la mostra di Modena non consegna un De Chirico pacificato, ma un De Chirico schiarito. Un artista che, giunto al limite, non rinnega il proprio demone; gli toglie soltanto il cipiglio. E ci lascia un insegnamento raro: che si può guardare l’assurdo del mondo senza cedere né alla disperazione né alla facilità; che si può essere profondi senza appesantirsi; che si può tornare sui propri temi non per ripetersi (come si direbbe abbia fatto io finora), ma per renderli più liberi.

In fondo, l’ultima metafisica è questo: la prova che anche l’enigma, se abitato abbastanza a lungo, può imparare a sorridere.


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